La prostituta bambina

Aleap aveva quattordici anni quando perse entrambi i genitori. Lo stipendio che guadagnava lavorando in una fabbrica di Phnom Penh non bastava nemmeno per pagarsi l’affitto. Due anni dopo si trasferì da una zia che viveva sul litorale cambogiano. Aleap aveva sedici anni quando venne obbligata dalla zia a prostituirsi.

Due anni dopo Aleap raggiunse la maggiore età, ma per lei quei diciotto anni tanto attesi dai ragazzi della sua età passarono inascoltati. Niente indipendenza né possibilità di guidare una macchina: per Aleap la maggiore età aveva la puzza di un materasso di gommapiuma di un bordello per giapponesi. Solo 200 dollari, tanto valevano i suoi diciotto anni quando la zia vendette Aleap a un’altra sfruttatrice.

In mezzo a tutto quello sporco Aleap colse un fiore. Come la ginestra sulle pendici del vulcano di leopardiana memoria, all’età di ventuno anni la giovane Aleap conobbe un uomo che si innamorò di lei. Dovette pagare 2000 dollari per liberarla dalla schiavitù, ma grazie a quell’uomo oggi Aleap ha trentun anni, è sposata, ha una bambina e vive in una bella casa sul litorale cambogiano.

Questa è una delle tante storie che si sentono raccontare stando seduti ad un bar lungo il fiume, mentre le vite degli altri ti passano davanti con tutto il loro carico di dolore e sofferenza anche se a volte qualcuna di quelle storie a volte ha un lieto fine che mi piace raccontare.

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