Good night Vietnam!

nascondiglio Vietcong
Una guida locale mostra ai turisti un nascondiglio Vietcong nei pressi di Cu Chi (Vietnam) – © Foto di Mauro Proni 2012. Tutti i diritti riservati.

«Good morning Vietnam!» diceva Robin Williams nei panni dello speaker della radio delle truppe americane in Vietnam nell’omonimo film di Barry Levinson. Stamattina mi sembra proprio di sentire la sua voce mentre mi sveglio di buon’ora per raggiungere il villaggio di Cu Chi.Cu Chi era un normalissimo paesino di contadini tra Ho Chi Minh City e il fiume Saigon prima di diventare la roccaforte del Comitato Regionale Militare Rivoluzionario, organo partigiano che, durante la guerra tra i due Vietnam, combatteva a fianco dell’esercito regolare di Hà Noi contro americani e truppe regolari sudvietnamite. Di giorno i contadini lavoravano nei campi di riso con un fucile mitragliatore sempre a portata di mano e di notte scavavano.

Duecentocinquanta chilometri di gallerie sotterranee furono scavate dai vietcong in tutto il Vietnam, con il solo uso della zappa e di un cesto di bambù per asportare la terra. L’ingegnosa rete di gallerie prevedeva un sistema di aerazione e una serie di vie d’uscita tali da rendere praticamente impossibile la messa fuori uso dell’intera rete anche se il nemico avesse scoperto un solo tunnel. Sotto il livello del suolo a Cu Chi i vietcong costruirono una vera e propria cittadina completa di pozzo per l’acqua, magazzino per lo stoccaggio del cibo, cucina, dormitorio, clinica ostetrica. Lavorare di giorno per sé e scavare di notte per la patria, questo hanno fatto i rivoluzionari vietnamiti per anni, nutrendosi solo del riso che portavano sempre con sé in una bisaccia avvolta in vita.

Dispiace vedere che i sacrifici di donne e uomini coraggiosissimi oggi sono diventati uno zoo per turisti dove, come in ogni zoo che si rispetti, si possono comprare le noccioline per gli elefanti sotto forma di souvenir, disponibili a decine negli espositori all’ingresso e all’uscita del percorso guidato. Stanchi e svogliati sorveglianti, con una improbabile e linda uniforme verde da rivoluzionario vietcong, messaggiano con il cellulare stravaccati sulle panchine lungo il sentiero, mentre decine di turisti in fila come una scolaresca passano loro davanti scattando foto ricordo. Sono questi gli eredi dei coraggiosi vietcong che hanno dato la vita per la patria? Forse sì o forse, ancora una volta, sono solo l’ombra della sconfitta culturale del Vietnam.

Mi assale un senso di profondo sconforto nel vedere che ad ogni angolo c’è una bottega che vende riproduzioni di oggetti risalenti agli anni del conflitto. «Guarda, queste sono le ciabatte dei vietcong fatte con la gomma degli pneumatici, taglia unica, si regolano i lacci e si possono indossare dai due lati, con la punta al posto del tallone. Li facevano così per confondere il nemico, lo sapevi? Così non capisce la direzione dei passi. Ingegnoso vero? Le vuoi comprare?» mi chiede una donna da dietro un espositore. Ma che ci faccio io con le calzature dei vietcong? Non vivo nella giungla e soprattutto non sono inseguito da soldati armati di M-16 che mi vogliono ammazzare!

C’è di tutto nel mercato della tristezza: la divisa originale del contadino vietnamita, quella blu chiusa sul davanti completa di sciarpa a quadretti; c’è il cappello dei vietcong a tesa larga con la bandierina rossoblu della Repubblica Popolare Vietnamita e la stella rossa in mezzo; ci sono modellini di aerei fatti con i bossoli dei proiettili degli AK-47 di fabbricazione cinese; c’è l’accendino ufficiale delle truppe americane con impresso il nome del battaglione e, chicca sulle chicche, un cappellino fatto con le lattine della Pepsi. Che dire se non: good night Vietnam!

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