Bangkok, il cuore caldo dell’Asia

Venditore ambulante
Venditore ambulante a Rayong (Thailandia) – © Mauro Proni 2012

Megalopoli di dieci milioni di abitanti, Bangkok è lo stereotipo della metropoli del Sud-Est asiatico, la prima ad aver imboccato la strada della modernizzazione e tuttora modello da seguire per le altre capitali dell’area che, seppur con qualche anno di ritardo, sono salite anch’esse sul treno del progresso.
Nel 1767, l’esercito birmano invase il Regno del Siam e distrusse Ayuthaya, la vecchia capitale dell’attuale Thailandia. Bangkok, che fino a quel momento era un semplice villaggio di pescatori e commercianti cinesi, divenne la nuova capitale del Paese, cominciando così un lento ed inarrestabile sviluppo economico e demografico.
La capitale della Thailandia è uno straordinario banco di prova per capire la cultura orientale nonché una perfetta sintesi dello stile di vita degli asiatici. E’ cresciuta come un fungo, senza alcuna pianificazione urbanistica, nessun piano regolatore, dove c’era un buco si costruiva, se non c’era un buco si radeva al suolo qualcosa, si creava il buco e ci si costruiva sopra. Tra il pilone di un ponte e il muro di cinta di un albergo qualcuno si è fatto la casa: per definire la Bangkok di oggi una bella città ci vuole davvero una buona dose di immaginazione, almeno secondo i canoni di chi scrive.
Lo sviluppo della città ha avuto inizio negli anni ottanta quando la Thailandia si è aperta alla modernità sulla base del detto di machiavelliana memoria “Il fine giustifica i mezzi”. Inseguendo il fine Bangkok è finita, appunto, per assomigliare un po’ a tutto e nello stesso tempo a niente. La sintesi dello sviluppo caotico della città è Sukhumvit Road, la lunghissima arteria cittadina che scorre nella città nuova. Solo cemento e asfalto: lungo Sukhumvit Road non gli alberi sembrano ospiti scomodi. Alberghi modernissimi condividono angusti spazi con baracche in lamiera; il treno sopraelevato scorre veloce tra i condomini che si affacciano sulla strada; file di bancarelle lungo i marciapiedi vendono ogni genere di cianfrusaglia: dal Viagra a base di bicarbonato ai CD masterizzati, dai pugnali militari alle magliette taroccate, dai sistemi antiscippo a scarica elettrica fino alle zuppe.
Già, le zuppe. In Thailandia, ma non solo, le case di città sono generalmente sprovviste di cucina. Non perché i thai vivano d’aria, ma perché nella cultura locale la cucina domestica non serve, dato che si può comodamente mangiare fuori casa a prezzi irrisori e senza fare la fatica di lavare i piatti. Ad ogni angolo di Sukhumvit, e di qualsiasi altra strada cittadina, c’è una bancarella specializzata in un genere culinario: c’è chi fa gli spiedini di carne, chi quelli di pesce, chi vende le zuppe, chi la frutta fresca e chi sacchetti di scarafaggi, ragni, calabroni, cavallette fritte, che i thai usano mangiare come se fossero patatine. Tutto quanto si degusta fronte strada, su sgabelli in plastica tra la puzza di immondizia marcescente e l’odore dello scarico delle macchine. Il ristorante come lo intendiamo noi è un’invenzione per gli occidentali e benché a Bangkok ci siano centinaia di ristoranti, difficilmente vedrete il thai medio seduto al tavolo di un ristorante come lo intendiamo noi. Se avrete la fortuna di conoscere una ragazza thai potete fare una prova: invitatela a cena e lasciate che sia lei a scegliere il ristorante. Vi porterà all’angolo di una strada a magiare una zuppa di noodles col pollo su un tavolaccio di metallo appiccicoso, il tutto per l’equivalente di un euro. Se l’esperimento vi ha divertito ora provate a fare il contrario: portate una ragazza italiana a Bangkok e invitatela mangiare una zuppa ad un baracchino lungo Sukhumvit, dopodiché preparatevi a trovarvi un’altra fidanzata.
Il cuore di Bangkok è in Kaosan Road, nel quartiere vecchio. Raggiungibile in taxi Kaosan è la strada turistica per eccellenza. E’ un’ottima base di partenza per visitare le principali attrazioni della città vecchia – il Palazzo Reale, il Wat Arun e il Wat Pho, il Wat Phra Keaw – ed allo stesso tempo è un inferno di confusione a tutte le ore del giorno e della notte. I numerosi ristoranti e i negozi di souvenir attraggono quotidianamente migliaia di falang – termine con il quale i thai classificano noi occidentali – che si contendono gli angusti spazi tra i marciapiedi e la strada, insieme con taxi, motorini, carretti, trisciò e altre diavolerie locali.
Io, che sono molto sensibile al rumore, non amo particolarmente Kaosan Road, ma quando passi da Bangkok e i templi li hai già visti tutti, un salto a Kaosan Road si fa sempre con piacere.
E’ difficile passeggiare sulla strada ed impossibile sui marciapiedi, pieni di bancarelle e di venditori improvvisati, tuttavia Kaosan è una strada da vedere per capire lo stile di vita degli asiatici. Il concetto di ordine, di igiene, di commercio, di legalità, di circolazione stradale sta tutto lungo Kaosan Road. Ripetute vasche avanti e indietro, armati di pazienza e tolleranza, sono un’ottima palestra per capire il Sud-Est asiatico.
Una volta capito come districarsi tra la confusione bisogna imparare a evitare gli indiani, o almeno a sopportarli. Gli indiani, in Thailandia, sono dediti prevalentemente alla sartoria. I negozi che confezionano abiti da uomo su misura sono un dietro l’altro e gli indiani pure. Si piazzano come polli in batteria l’uno a due metri dall’altro, sulla strada, in corrispondenza della vetrina del loro negozio e fermano chiunque passi mettendogli sotto il naso un catalogo di alcune grandi firme. “Hello Mister, qualcosa per te?” è la frase che usano per agganciare il turista e proporgli un abito su misura “come quello della foto”. In ventiquattr’ore potete avere un abito sartoriale per l’equivalente di 70-80 euro.
Mi sono sempre chiesto chi, tra quelli che camminano in infradito, pantaloncini e canottiera – cioè quasi tutti quelli che passeggiano lungo Kaosan –, possa essere interessato a farsi fare un abito che nemmeno si può piegare facilmente per metterlo in valigia. C’è anche un’altra cosa che non ho mai capito: perché se dici “No” al primo della fila, tutti gli altri continuano a chiederti imperterriti se vuoi farti fare un abito.
In Kaosan Road, con una foto tessera e una quindicina di euro si può diventare cittadino svizzero, statunitense, australiano, russo, ma anche pilota della Lufthansa, detective della FBI, agente della CIA, oppure medico, avvocato, giornalista e prendere la patente senza aver mai guidato anche solo una bicicletta. SOno tante le bancarelle che procurano documenti, falsi naturalmente.
Per realizzare il quartiere commerciale di Bangkok è stato raso suolo un quartiere intero. L’aria condizionata è sempre al massimo nei faraonici palazzi multipiano. C’è il piano dell’abbigliamento, con i dealer delle più note catene in franchising e gli atelier delle marche più prestigiose; c’è quello dell’elettronica, con i punti vendita monomarca; c’è il piano dedicato alla ristorazione, con decine di fast food che servono piatti di cucina internazionale.
Dimenticatevi i centri commerciali di provincia: in Asia gli shopping mall sono grandi come isolati e, dopo avere visitato un centro commerciale di Bangkok, tutti quelli che avevate visto finora vi sembreranno poco più che botteghe.
Consumare è l’imperativo categorico che guida lo sviluppo della Thailandia. Dove arriva il benessere arrivano i centri commerciali che, come moderni templi, raccolgono in adorazione quotidiana i devoti del dio Consumo. All’ultimo piano del Paragon Siam Center c’è persino uno show room di auto di lusso: Lamborghini, Ferrari, Bmw, Lotus. Nei centri commerciali di Bangkok si può comprare tutto, basta avere i soldi.
Nel capitolo precedente avete letto di Singapore, crocevia tra oriente ed occidente, con un pizzico di asiatica autenticità sul finale; ora avete letto di Bangkok, il cuore dell’Asia: inquinamento, caos, disordine, traffico, centri commerciali faraonici, sarti su strada e zuppe fumanti. Vi aspettavate tutto questo? Credo di no.
Forse qualcuno si aspettava che al secondo capitolo di questo racconto fosse giunto il momento di parlare di mare cristallino, sabbia bianchissima e palme sulla spiaggia, ma questa non è una guida turistica, né un crogiolo di stereotipi per il vacanziero delle due settimane a cavallo di ferragosto. Per tutto ciò sono già state scritte migliaia di pagine che potete trovare sulle carte patinate dei cataloghi delle agenzie turistiche o su Internet, con tanto di foto di belle ragazze in costume, sempre sorridenti e abbronzate. Questo è un viaggio alla scoperta di un mondo diverso, e il mondo diverso comincia dalla prossima puntata.


Articolo pubblicato sul portale lodicitta.it (sito disattivato)  – © lodicitta.it 2012

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