Ci prendiamo noi cura di te

Festival dei fiori
Ingresso dell’area del Festival. Ban Chiang (THA) – © Mauro Proni 2012

Addentrarsi in luoghi non menzionati sulle guide, fuori dal circuito turistico, per noi falang a volte può essere difficile perché la gente non parla inglese, i menù dei ristoranti sono solo in lingua locale e spesso si rischia grosso, molto grosso: si rischia di essere accolti come vecchi amici.
Ban Chiang è una cittadina dell’Isaan, una regione agricola della Thailandia Nord orientale, la più estesa del Paese. E’ un villaggio di contadini che vivono nelle tradizionali palafitte di legno, si svegliano con il canto del gallo, mangiano una zuppa per colazione e la sera vanno a letto presto. A Ban Chiang c’è una scuola, il museo, un paio di ristoranti, qualche negozio di artigianato ed un laghetto. Nient’altro.
Ora che la metà di voi ha già chiuso la pagina per aprire quella di youtube e guardarsi un bel video di Lady Gaga vi racconto una storia.
Un giorno, un ragazzo, mentre passeggiava per le strade di Ban Chiang, vide una bella casa, che non aveva nulla in comune con le palafitte di legno che le stavano intorno. Era una splendida villa, la più bella del paese. Interamente in muratura, con il cortile lastricato di beola e circondata da un piccolo muretto color pesca sul quale poggiava una maestosa cancellata in acciaio inossidabile, lucida e scintillante. Il ragazzo si fermò osservare quella casa, davanti all’elegante cancello con le punte in ottone, quando, improvvisamente, dalla porta d’ingresso spuntò fuori una ragazza, giovane e carina. “Ciao, da dove vieni?” chiese la ragazza avvicinandosi al cancello. “Sono italiano. Sono qui a Ban Chiang per il festival”.
C’è una cosa che non vi ho detto. A Ban Chiang, una volta all’anno, c’è un festival che porta un po’ di allegria in paese, una specie di sagra paesana, con il luna park per i bambini, la musica dal vivo, la gara di rally, i negozi aperti fino a tardi e gli immancabili fuochi d’artificio.
“Anche mio marito è straniero; ci siamo conosciuti a Taiwan, ma è stato trasferito in Thailandia per lavoro e allora abbiamo preso casa a Ban Chiang. È in casa, vuoi conoscerlo?” chiese la giovane ragazza allo straniero. Lo straniero entrò in casa, conobbe il marito della ragazza e tutti e tre si misero a chiacchierare, comodamente seduti sul divano; poi pranzarono insieme e, prima di congedarsi, si augurarono di rivedersi presto, come si fa con i vecchi amici.
Tutto qui? Niente affatto. Più tardi lo straniero tornò al suo alloggio, una grande palafitta di campagna con vista lago immersa in un giardino di banani e di gladioli e si sedette sul terrazzo per scrivere qualche nota del suo diario. Dopo qualche minuto, dalla porta di una delle camere al piano uscì una ragazza, giovanissima, con l’aria un po’ stralunata. Non appena si accorse dello straniero seduto sul terrazzo proprio di fronte al corridoio, si voltò di scatto e corse in camera, imbarazzata. Dopo qualche minuto, dalla stessa camera, uscirono altre tre ragazze, tutte sulla ventina e, piano piano, si accomodarono sulle sedie della terrazza, tutte attorno allo straniero. Parlavano sottovoce, mentre lo scrutavano, come se fossero commissari di una chissà quale commissione d’esame. Una di loro prese coraggio e, in un inglese stentato, la ragazza confessò allo straniero la ragione della comune curiosità: “Scusa ma noi non abbiamo mai visto un falang così da vicino, non sappiamo cosa fare. Come ti chiami?”
Dopo uno scambio di convenevoli le tre giovani thai invitarono lo straniero a scendere in cortile per pranzare insieme a loro e gli offrirono ogni tipo di prelibatezza locale. Finito il pasto, Meggy, Kessa, Asia e Ying, quattro studentesse universitarie che lavoravano al festival di Ban Chiang per mantenersi gli studi, chiesero allo straniero di accompagnarle in paese. Gli comprarono un cappello, gli offrirono un paio di partite al tiro al bersaglio e alla fine della giornata, prima di tornare a cambiarsi per andare a lavorare, diedero appuntamento allo straniero per cena.
“Siediti qui, ci prenderemo noi cura di te” disse Asia allo straniero, facendolo accomodare ad un tavolo del ristorante all’aperto dove le quattro studentesse prestavano servizio, proprio davanti al palco, sul quale alcuni comici locali si stavano esibendo in uno spettacolo.
La serata passò rapidamente tra un boccale di birra alla spina, uno spiedino di maiale all’aglio e un’insalata di papaya, fresca e un po’ piccante, come vuole la ricetta originale thailandese.
Terminato il suo pasto lo straniero si avviò verso il suo alloggio, non prima di essere passato a salutare le quattro giovani compagne di un pomeriggio intero. “Aspetta un momento – disse Meggy chinandosi a frugare nella sua borsetta – ecco, questo è per te” e porse allo straniero un vasetto di ceramica, prodotto di artigianato locale per il quale Ban Chiang è famosa in tutta la Thailandia.
Giunto in camera lo straniero si sedette sul letto e, osservando dalla finestra i fuochi d’artificio che scintillavano nel cielo, pensò a quanti buoni sentimenti verso il prossimo ci siano nell’animo di ognuno di noi, a volte solo un po’ sopiti, magari dalla timidezza, altre volte, invece, cancellati dall’interesse, dal calcolo, dall’opportunismo, dal desiderio di apparire, pseudo valori che il mondo in cui viviamo ci ha inculcato come fossero componenti imprescindibili del progresso e del relativo benessere che si porta appresso.
Ora, l’altra metà di voi, quella che è rimasta a leggere fino in fondo, probabilmente penserà che tutto ciò non può essere vero. Una coppia che invita a pranzo uno sconosciuto che passa per la strada? Impossibile! Un gruppetto di ventenni che strabuzzano gli occhi alla vista di uno straniero del doppio dei loro anni, lo portano a spasso e gli fanno pure dei regali? Non scherziamo! E’ normale essere un po’ perplessi, perché non è facile credere che queste cose possano capitare. Non è facile crederci se non si è mai stati in Thailandia, fuori dalle solite ed inflazionate mete turistiche: Phuket, Krabi, Ko Samui, Pattaya: “le classiche” del mare tropicale che, proprio perché invase ogni anno dal turismo di massa, hanno perso molto ella loro autenticità, della loro originalità e della loro identità culturale.
Uscire dai percorsi tracciati a volte può essere difficile, scomodo e addirittura pericoloso, ma quante cose indimenticabili possono capitare! Fra dieci, venti o trent’anni nessuno si ricorderà più delle spiagge con la sabbia finissima o della discoteca che andava di moda anni prima, perché alla fine sono tutte uguali, non c’è umanità in tutto ciò, invece, certe esperienze ci rimangono dentro, nel profondo dell’anima di ognuno di noi, per sempre.
In Asia molte cose del genere possono succedere, a chiunque, perché l’Oriente è stare insieme, è generosità, è spontaneità, è magia e se volete saperne ancora di più, continuate a seguirmi su Lodicittà.


Articolo pubblicato sul portale lodicitta.it (sito disattivato) – © lodicitta.it 2012

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