Ci prendiamo noi cura di te

Festival dei fiori di Ban Chiang
Ingresso dell’area del Festival di Ban Chiang – © Mauro Proni 2012

Un lodigiano in Oriente [capitolo terzo]

Addentrarsi in luoghi fuori dal circuito turistico, per i farang può essere difficile. La popolazione locale non parla inglese, i menù dei ristoranti sono solo in lingua locale e spesso si rischia di essere accolti come vecchi amici.
Ban Chiang è una cittadina dell’Isaan, una regione agricola della Thailandia nord-orientale. Gli abitanti di Ban Chiang vivono nelle tradizionali palafitte di legno, si svegliano con il canto del gallo, mangiano una zuppa per colazione e la sera vanno a letto presto. A Ban Chiang c’è una scuola, il museo, un paio di ristoranti, qualche negozio di artigianato e un laghetto. Nient’altro.

Vi racconto una storia…

Un giorno, un ragazzo, mentre passeggiava per le strade di Ban Chiang, vide una bella casa che non aveva nulla in comune con le palafitte di legno che la circondavano. Era una splendida villa, in muratura, con il cortile lastricato di beola e circondata da un muretto color pesca che sosteneva una maestosa cancellata lucida e scintillante. Il ragazzo si fermò davanti all’elegante cancello con le punte in ottone, quando, dalla porta d’ingresso, spuntò fuori una ragazza, giovane e carina.
“Ciao, da dove vieni?” chiese la ragazza avvicinandosi al cancello.
“Sono italiano, sono venuto a Ban Chiang per il festival dei fiori”.
C’è una cosa che non vi ho detto. A Ban Chiang, una volta all’anno, c’è un festival che porta un po’ di allegria in paese, una specie di sagra paesana, con il luna park per i bambini, la musica dal vivo, la gara di rally, i negozi aperti fino a tardi e i fuochi d’artificio.
“Anche mio marito è straniero; ci siamo conosciuti a Taiwan, ma quando è stato trasferito in Thailandia per lavoro abbiamo preso casa qui. È in casa, vieni” disse la giovane ragazza. Lo straniero entrò in casa, conobbe il marito della ragazza, pranzarono insieme e si salutarono come vecchi amici, con l’augurio di rivedersi presto.

La commissione d’esame

Lo straniero tornò al suo alloggio, una grande palafitta con vista lago immersa in un giardino di banani e di gladioli. Sprofondato sull’amaca del terrazzo e cullato dal rollio del dolce far niente, si perse nei suoi pensieri quando, dalla porta di una delle camere al piano, uscì una ragazza con l’aria smarrita. Non appena si accorse dello straniero, la ragazza si voltò e corse in camera, sbattendosi la porta alle spalle. Dopo qualche minuto, dalla stessa camera, uscirono altre tre ragazze. Lentamente e con cautela si accomodarono sulle sedie del terrazzo, attorno allo straniero. Parlavano sottovoce, mentre lo scrutavano. Poi una di loro prese coraggio e, in inglese stentato, confessò allo straniero la ragione della comune curiosità.
“Scusa ma noi non abbiamo mai visto un farang da vicino, non sappiamo cosa fare. Come ti chiami?”
Dopo uno scambio di convenevoli le tre giovani ragazze invitarono lo straniero a scendere in cortile per pranzare insieme a loro e gli offrirono ogni tipo di prelibatezza locale. Finito il pasto, Meggy, Kessa, Asia e Ying, quattro studentesse universitarie che lavoravano al festival di Ban Chiang per mantenersi gli studi, chiesero allo straniero di accompagnarle in paese. Gli comprarono un cappello, gli offrirono un paio di partite al tiro al bersaglio e alla fine della giornata, prima di tornare a cambiarsi per andare a lavorare, gli diedero appuntamento per cena.

Un regalo inatteso

“Siediti qui, ci prenderemo noi cura di te” disse Asia allo straniero, prima di farlo accomodare a un tavolo del ristorante davanti al palco.
La serata passò rapidamente tra un boccale di birra alla spina, uno spiedino di maiale all’aglio e un’insalata di papaya, fresca e un po’ piccante, come vuole la ricetta thailandese.
Terminato il pasto, lo straniero si avviò verso il suo alloggio, non prima di essere passato a salutare le quattro giovani compagne del pomeriggio.
“Aspetta un momento – disse Meggy chinandosi a frugare nella sua borsetta – ecco, questo è per te”, porse allo straniero un vasetto di ceramica, prodotto di artigianato locale per il quale Ban Chiang ha ottenuto la tutela UNESCO.
Giunto in camera lo straniero si sedette sul letto e, osservando i fuochi d’artificio che scintillavano nel cielo, pensò a quanti buoni sentimenti verso il prossimo ci siano nell’animo di ognuno di noi, a volte solo un po’ sopiti, magari dalla timidezza, altre volte annientati dall’interesse, dal calcolo, dall’opportunismo, dal desiderio di apparire, pseudo valori che il mondo in cui viviamo ci ha inculcato come fossero componenti imprescindibili del progresso e del relativo benessere che si porta appresso.

Non può essere vero

Una coppia che invita a pranzo uno sconosciuto che passa per la strada? Un gruppetto di ventenni che strabuzzano gli occhi alla vista di uno straniero del doppio dei loro anni, lo portano a spasso e gli comprano dei regali?
Non è facile credere che queste cose possano capitare, non è facile crederci se non si è mai stati in Thailandia, fuori dalle mete turistiche più inflazionate: Phuket, Krabi, Ko Samui, Pattaya, le classiche del mare tropicale che,  invase ogni anno dal turismo di massa, hanno perso autenticità, originalità e tutta la loro identità culturale.
Uscire dai percorsi tracciati a volte può essere difficile, scomodo o pericoloso, ma quante cose indimenticabili possono capitare! Fra dieci, venti o trent’anni nessuno si ricorderà delle spiagge di sabbia finissima o della discoteca che andava di moda. Non c’è umanità in tutto ciò. Talune esperienze, invece, ci rimangono dentro, nel profondo dell’anima di ognuno di noi, per sempre.
In Asia molte cose possono succedere, a chiunque, perché l’Oriente è stare insieme, è generosità, è spontaneità, è magia e se volete saperne ancora di più, continuate a seguirmi.

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