A cosa serve l’acqua potabile?

Sotto la palafitta laotiana si consuma la giornata del lao medio – © Mauro Proni 2012

Le palafitte sono le tipiche case di campagna thailandesi; poggiano su tutte su pali che sopraelevano l’abitazione dal suolo, anche se non sono tutte uguali. C’è quella tutta di legno con i pali anch’essi di legno; c’è quella di legno con i pali in cemento armato, più durevoli e robusti; c’è quella che, oltre ai pali di cemento armato, ha anche i muri perimetrali, ma il primo piano è comunque sempre in legno; infine c’è chi si è fatto la casa interamente in muratura, con il tetto di tegole, il piano terra e il primo piano, non oltre, perché le case tradizionali in Thailandia, Laos, Vietnam e Cambogia sono prive di fondamenta e più di un piano è pericoloso sopraelevare. In ogni modo l’abitazione tipica di campagna è, e resta sempre, la palafitta.

Tra i pali che reggono la casa i thai ci passano la giornata, dondolandosi sulle amache appese tra un palo e l’altro e mangiando seduti sul tavolino basso e quadrato, tra polli, galli, cani e maiali, che scorrazzano ovunque nel cortile.
Al primo piano si dorme su materassi adagiati per terra e sormontati da una zanzariera a baldacchino. Qualche scaffale, una rastrelliera per gli abiti e l’immancabile televisione completano l’arredamento. E la cucina? Dipende, a volte è al piano terra, a volte sulla veranda al primo piano, se ce n’è una. La cucina non è nient’altro che un ceppo di legno a livello pavimento sul quale si sminuzza la carne. Un trabiccolo di ferro con qualche tizzone di brace e una bacinella di metallo piena d’acqua per lavare i piatti completano la cucina. Dimenticavo il  frigorifero: a volte c’è, a volte non c’è. Cosa ve ne fareste di un frigorifero in un paese dove ad ogni angolo di strada trovate qualcuno che cucina qualcosa da mangiare per pochi centesimi?
Fuori della casa di Mr. Jarun, un anziano barbiere di Sukhothai, c’è un altarino, come davanti ad ogni casa thailandese. Ha la forma di un tempietto buddhista, anche se, con il buddhismo, l’altarino non c’entra nulla. Poggia su un piedistallo ed ha l’ingresso orientato verso quello della casa. Dentro il tempietto di Mr. Jarun c’è una foto ricordo, perché il buddhismo non è una religione e nulla impedisce ad un fedele di praticare altri culti, come ad esempio la venerazione degli antenati, degli spiriti buoni, dei pii. E’ proprio allo spirito buono che è dedicato l’altarino di Mr. Jarun. Generalmente si tratta della persona che precedentemente viveva nella casa: un parente o uno sconosciuto, non importa. Ora, dall’aldilà, lo spirito buono può proteggere il focolare domestico dei nuovi occupanti, purché ci si prenda cura di lui. Pulire l’altarino, offrire allo spirito una scodella di riso, un mandarino, una corona di fiori di gelso o alcune bacchette di incenso profumato: l’importante è non trascurarlo perché, se non ci si prende cura dei pii, gli spiriti cattivi possono avere la meglio e portare sfortuna alla casa o agli affari.
Già, gli affari. Gli altarini non si mettono solo di fronte all’abitazione, ma anche al negozio. Per propiziarsi i clienti Mr. Jarun ha messo il suo altarino davanti a casa, fronte strada, che è anche il suo laboratorio da barbiere. Così, con un altarino solo, protegge la casa e si propizia i clienti.
In oriente casa e negozio sono una cosa sola. Nel Sud-Est asiatico non ci sono rigide norme sul commercio, basta avere la licenza e pagare le tasse, per il resto, nel negozio, si può fare più o meno qualsiasi cosa. Un bambino che gioca, il nonno che guarda la televisione spaparanzato sul divano, una ragazza che si trucca dietro il bancone: è possibile trovare tutto ciò in un negozio orientale perché non è un locale a sé, ma una parte dell’abitazione stessa, generalmente il salotto.
Le shop house sono frequentissimi in Vietnam e Cambogia. Il primo piano è adibito ad abitazione e il pianterreno indifferentemente a negozio o a zona giorno. Tutta la parete che dà sulla strada ne è l’ingresso, protetto da una vetrina e da una saracinesca, l’ideale per chi vuole farci un negozio con la merce da esporre, ma anche per chi ci vuole farci semplicemente il salotto di casa perché da queste parti non interessa se qualcuno, passando per strada, guarda in casa attraverso la vetrina: gli asiatici non hanno nulla da nascondere. La sera, nel salotto-negozio si ripone il motorino o la macchina. Sì, proprio la macchina, perché in Asia in casa ci puoi mettere anche quella, basta che ci passi dal portone. Del resto a che serve avere il box auto se di notte tutti vanno a dormire al piano superiore e nel salotto non rimane nessuno?
E a cosa serve l’acqua potabile? Dietro al Ganesh Bar di Pai, una cittadina di montagna della Thailandia Nord occidentale, ci sono due enormi cisterne d’acqua, come se ne trovano tante nel Sud-Est asiatico: nei giardini delle case, nei cortili delle scuole e in quelli dei templi.
Ci sono due tipi di cisterne. Quelle a livello strada sono fatte per raccogliere l’acqua piovana dai canali di gronda dei tetti; per prelevare l’acqua si può usare un catino, ovvero montare un motorino elettrico per pompare l’acqua nell’impianto domestico. Le altre cisterne, invece, si montano in cima ad alti tralicci, nel cortile di casa, l’importante è posizionarle più in alto possibile. Con un motorino elettrico si pompa l’acqua dal pozzo nella cisterna, così, anche nel caso in cui venga a mancare la corrente elettrica e il motorino non funzioni, l’enorme massa d’acqua alimenta l’impianto domestico con la pressione naturale in caduta. Che cada dal cielo o che salga dal pozzo l’acqua è comunque sempre gratis.
In Thailandia, e negli altri paesi dell’area, le cisterne rappresentano il principale modo per approvvigionarsi l’acqua. Pensate a quanta acqua noi sprechiamo quotidianamente cercando di allontanarla dalle nostre case, mentre da queste parti cercano di raccoglierla in tutti i modi, pur avendone tanta a disposizione. In Thailandia, e nei paesi limitrofi ad eccezione di Singapore, non esiste acqua potabile, mentre in Italia l’acqua potabile che sgorga dai nostri rubinetti è la norma e la usiamo per lavare piatti, i panni, per fare la doccia e pure per innaffiare i fiori, tutti usi per i quali non è necessario che sia potabile. La paghiamo però non la beviamo, perché andiamo al supermercato a comprare quella minerale.
Un giorno, un contadino si mise a ridere quando gli raccontai che in Italia abbiamo l’acqua potabile dappertutto, anche nello sciacquone del gabinetto ma, nonostante tutta quella abbondanza, compriamo ugualmente quella in bottiglia, pagandola due volte. Si mise a ridere, poi chiamò un suo amico lì vicino, gli raccontò tutto e se si mise a ridere anche lui. Avranno pensato che in Italia beviamo l’acqua del water? Che per bere dobbiamo andare sotto la doccia? O forse non capiscono perché, avendo tutta quell’acqua potabile, compriamo ugualmente quella del supermercato?
E i rifiuti? A Krabi, una cittadina sulla costa meridionale thailandese, i commercianti non pagano la tassa per lo smaltimento dei rifiuti. Sono i concessionari della raccolta rifiuti che pagano i commercianti perché diano loro i rifiuti. Carta, cartone, alluminio, plastica e vetro: il camioncino della spazzatura arriva, l’incaricato pesa i rifiuti e paga il commerciante perché lui, il netturbino, quei rifiuti li ricicla e li rimetterà sul mercato il materiale lavorato, realizzando un profitto. In Italia separiamo i rifiuti, li gettiamo nei bidoni colorati, paghiamo una tassa perché qualcuno venga a prenderli per poi rivenderli successivamente a qualcun altro, realizzando un profitto, mentre noi, oltre a pagare la tassa per smaltire i rifiuti, abbiamo anche lavorato un po’ per lo smaltitore. Gratis.
Spesso mi domando quali siano i paesi più civilizzati: quelli dove c’è l’acqua potabile anche nello sciacquone del water o quelli dove si viene pagati da chi ritira i rifiuti. Al lettore la risposta che preferisce. Ora è tempo di entrare in Laos, la mia macchina del tempo è qui fuori che mi aspetta, venite con me?


Articolo pubblicato sul portale lodicitta.it (sito disattivato) – © lodicitta.it 2012

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