Per una fetta d’anguria e una granita all’arancia

Artigiano sull'uscio della sua casa
Artigiano sull’uscio della sua casa a Vang Vieng – © Mauro Proni 2012

Casino, fumo e alcool: tutto quello che sogna un ragazzo di vent’anni. A Vang Vieng tutto è possibile: fumare oppio a prezzi irrisori, bersi un litro di cocktail al prezzo di una mezza minerale, girare in costume da bagno per la città e scendere lungo il fiume con il salvagente sotto le chiappe, cosa che piace tantissimo ad americani e australiani. Musica, birra e sballo: nulla è cambiato dall’ultima volta che venni qui. Vang Vieng è un parco di divertimenti a cielo aperto in un paese più chiuso nel suo passato che aperto verso il futuro: il Laos.
I lao sono un popolo piuttosto mite e tranquillo, si accontentano di poco e passano molte ore a riposarsi. Loro, la vita che i falang fanno a Vang Vieng, non la capiscono, ma ci si sono adeguati offrendo al turista quello che chiede senza farsi contaminare dalle sue stranezze e dalle sue trasgressioni. I lao di Vang Vieng sembrano dire: «Se a voi piace tutto questo eccovi serviti, ma non chiedeteci di condividerlo con voi». Per tale motivo, in posti come questi, è sempre difficile stabilire contatti con gli autoctoni. L’immagine del turista medio che si sono fatti i locali (che poi è quella che mi sono fatto anche io) è quella del ventenne che beve, fuma e scende il Song con le chiappe a mollo e una bottiglia di birra in mano. Per loro, i falang, sono tutti così. Io non sono a Vang Vieng né per fumare, né per ballare, né per fare tubing, ma per trovare il suo lato più autentico e sono sicuro che da qualche parte c’è.
Il Rock Bar è uno dei tanti discobar sul lungofiume. Davanti ad un televisore vecchio e sgangherato, sbracato su un materassino, c’è un uomo sulla cinquantina. Non appena mi vede si alza, mi saluta e cerca subito di propormi un’escursione: «Dove vai stamattina? Ti interessa un tour in moto? Alle dieci parto con due francesi e se vuoi ti puoi aggiungere» mi dice mentre sputa per terra. Il tipo non mi sembra molto affidabile, ma è al Rock Bar tutte le sere; dev’essere una specie di guardiano, di socio, di senzatetto o tutte e tre le cose insieme. Per persuadermi ad accettare la sua proposta mi mostra il programma dell’escursione che sta scritto su un cartello appeso alla parete esterna del suo cesso.
Keo tossisce spesso mentre parla, con la tosse tipica di chi fuma parecchio: «No, no, non sono le sigarette, è la marijuana, ma non fumo solo quella, fumo anche hashish e yaba» mi dice mentre sputa ancora per terra. Ora sono sollevato.
Il tour di un giorno costa 100.000 kip (nemmeno 10 euro) e, in fondo, per una cifra del genere, tra uno sputo e l’altro, potrei anche dare fiducia a un uomo che cerca di sbarcare il lunario in modo onesto. Accetto.
Keo si porta dietro un bancone, tira fuori un brogliaccio di carta, sfoglia le pagine per trovarne una senza macchie di unto e comincia a scrivere: «Uno, due, tre, nome, età, hotel, puntini, puntini…». Ai primi due posti fa degli scarabocchi – che starebbero ad indicare i nomi delle due francesi – poi mi passa la penna e mi chiede di inserire i miei dati. Imbarazzante. Una cosa del genere dalle mie parti sarebbe la premessa di una fregatura assicurata, ma conoscendo che razza di pasticcioni sono i lao, quella di Keo potrebbe anche essere un’escursione seria e infatti, dopo pochi minuti, si parte. Senza le francesi.
La prima sosta che prevede l’escursione è presso una scuola locale per bambini khmu, una delle tante minoranze etniche presenti nel Laos. Le scuole laotiane sono tutte uguali: un edificio a piano terra con un corridoio esterno e le porte di accesso alle aule. L’edificio è sempre bianco, le porte e le persiane quasi sempre azzurre. Nelle aule non c’è né luce né aria condizionata e il bagno è all’esterno.
È quasi mezzogiorno e i bambini escono per la pausa pranzo. torneranno all’una per i corsi pomeridiani. Corrono tutti verso l’uscita e salgono sulle loro biciclette. I più grandi guidano, mentre i più piccoli stanno sul seggiolino dietro. Nelle campagne laotiane sono i fratelli e le sorelle maggiori che si occupano dei più piccoli. Non ci sono genitori a bordo di fiammanti SUV ad attendere i bambini all’uscita da scuola, ma solo grandi e sgangherate biciclette con il manubrio ricurvo.
Lungo la strada che porta verso la caverna di Phom Hom c’è una fila di baracche di legno. Un anziano signore a petto nudo seduto sull’uscio della capanna dei cugini di Keo ci guarda entrare, con un’espressione triste e sconsolata. Nella baracca non c’è molto a parte un tavolino, un armadio di legno raffazzonato e uno specchio. Nella penombra dell’alloggio una ragazza sta allattando un bambino appena nato. «Sono poverissimi – dice Keo – il nonno confeziona scope di saggina fatte a mano e le vende ai passanti, mentre la nipote alleva due bambini. Hanno qualche gallina e un po’ di terra, nulla di più». Keo estrae dalla giacca un sacchetto di plastica con dentro qualcosa che non riesco a vedere. In quel mentre, da dietro una tenda, spunta una bambina vestita con la divisa della scuola. La piccola corre incontro a Keo con un sorriso spalancato, è eccitatissima e trema tutta dalla gioia. La bambina si chiama Mew ed ha appena ricevuto un regalo da suo zio: una granita all’arancia e una fetta d’anguria. Dietro a tanta apparente felicità, però, c’è un lato molto triste. Mew è malata, ha spesso la febbre e di notte fa fatica a respirare. Il medico l’ha già visitata e le ha prescritto le medicine che però la sua famiglia non ha i soldi per comprare. Sono momenti in cui pensi che non te ne puoi andare lasciandoti dietro la scia dell’indifferenza. «Soldi è meglio non darne alla bambina, ma sulla strada del ritorno possiamo comprarle le medicine» mi dice Keo e con questa promessa ci allontaniamo per proseguire il nostro viaggio.
Un’altra scuola pubblica per ragazzi, questa volta frequentata da studenti di etnia h’mong. Suona la campanella e decine di studenti ci sfilano davanti mentre corrono verso l’uscita, ma non tutti. Ferma in piedi nel cortile della scuola c’è una ragazza che ci osserva tra il curioso e l’imbarazzato. Le lezioni sono terminate ma lei non va a casa, né gioca a pallavolo insieme ai suoi compagni nel campetto. Il suo villaggio dista otto chilometri dalla scuola e non c’è nessuno che venga a prenderla così resta in attesa che qualcuno la accompagni in bicicletta. «Cosa dici se prestiamo il nostro motorino a qualcuno per portarla a casa?» mi chiede Keo. Detto fatto. La ragazza ci ringrazia con un tradizionale inchino mentre sale sullo scooter con un ragazzotto e insieme si allontanano lungo la polverosa strada che si perde tra le montagne.
La visita alla paradisiaca caverna di Phom Hom, una piscina di acqua calcarea che scorre dentro la montagna, è l’ultima tappa del nostro tour. Costume e ciambellone sotto le chiappe mi addentro nella cavità cullato dalle acque limpide. Ne valeva davvero la pena.
Come promesso da Keo, prima di fare ritorno verso Vang Vieng, facciamo sosta all’ospedale pubblico. Il Pathong Health Center è quello che dalle nostre parti chiameremmo un presidio ambulatoriale, solo che l’edificio che mi trovo davanti ora mi sembra più la cucina di un ristorante per camionisti.
Le medicine per la piccola Mew almeno ci sono tutte. Il prezzo? L’equivalente di 8 euro. Possibile? A Lodi, con quella cifra, ci faccio un aperitivo a base di ghiaccio.
Tornati in sella al nostro veicolo proseguiamo verso la casa della piccola Mew. Nel cortile antistante la casa dei cugini di Keo c’è una ragazza appena adolescente, con un bambino tra le braccia, ma di Mew non c’è traccia, probabilmente è sulle montagne a raccogliere la frutta. In Laos, i bambini, dopo la scuola, non giocano alla Playstation, né a fanno i compiti, ma vanno a cacciare, a pescare o a raccogliere la frutta nella giungla.
Credo che non rivedrò mai più la piccola Mew. Mi dispiace solo di non averle potuto consegnare di persona le medicine, avrei voluto vedere un’ultima volta il suo sorriso, spontaneo, sincero e gratuito. Non c’è altro da fare che lasciarle al nonno, che sta sempre seduto sull’uscio, vicino alle sue scope di saggina. Ci allontaniamo, ormai è tardi, scende la sera e le strade extraurbane in Laos non sono illuminate.
Una fetta d’anguria e una granita all’arancia, due doni apparentemente banali, senza alcun valore economico, ma per le persone povere, quelle che non hanno nulla, sono proprio le cose semplici quelle per cui vale la pena stupirsi di più, quelle per cui vale correre incontro a una persona ed emozionarsi scartando il pacchetto. Il sorriso di Mew al posto di un cocktail a base di ghiaccio è il miglior aperitivo della sera.


Articolo pubblicato sul portale lodicitta.it (sito disattivato) – © lodicitta.it 2012

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