Don Ko, e il tempo si fermò

Novizio
Novizio dell’isola di Don Ko in attesa del battello per la terraferma – © Mauro Proni 2012

In mezzo al fiume Mekong, a pochi chilometri da Paksé, c’è un isolotto raggiungibile con strette e lunghe barche dal porticciolo di Ban Sapai, uno di quei porti senza molo, senza biglietteria e senza client, l’isola di Don Ko.
Sono lontani gli anni in cui i coloni francesi si fermavano a Don Ko con le loro navi militari prima di scendere alla foce del Mekong. Oggi, sull’isola, è rimasto solo un tempio buddhista, una scuola e una baracca che vende bibite e ricariche per cellulari. Nient’altro. Un lungo e polveroso sentiero costeggia l’argine alto del fiume sul quale si affacciano le abitazioni dei pescatori. A Don Ko vivono non più di duecento anime. Le donne confezionano abiti di seta con le loro abili mani che scorrono veloci sui telai meccanici, mentre gli uomini tessono le reti da pesca. Questa è Don Ko, la porta di un altro mondo, un mondo possibile.
Il barcaiolo mi scarica sull’argine basso del fiume. Di fronte al tempio c’è un gruppo di uomini che trafficano sotto la pagoda destinata alla preghiera. «Vuoi un alloggio? – mi chiede un tale – sono 30.000 kip per dormire e 20.000 per mangiare». L’uomo deve avermi letto nel pensiero, oppure ha solamente notato il mio grosso zaino rosso sulle spalle. «Ok, segui lui» mi dice indicandomi un bambino con un mazzolino di fiori in mano. Il picolo mi prende per mano e, in silenzio, ci incamminiamo lungo il polveroso sentiero.
Dal cortile dell’ultima casa esce una donna con una bambina in braccio per darmi il benvenuto. Kung, la mia piccola guida, dà un fiorellino alla sua mamma, uno alla sua sorellina, uno a me; poi mi riprende la mano e mi porta al piano superiore della sua casa, una modesta e malconcia palafitta. Il mio alloggio sarà una baracca di legno senza luce, senza finestra e con un materasso di lana adagiato per terra. Il bagno è in giardino: un bugigattolo in cemento con un coperchio di lamiera a far da tetto, anche lui senza luce e soprattutto senz’acqua corrente. «Per lavarsi c’è il fiume» mi dice la donna. Che si fa? Io resto.
Per raggiungere la spiaggia si deve scendere una ripida scala di bambù. Il Mekong è lì, oltre le piccole dune di sabbia bianchissima. L’acqua è tiepida e la corrente quasi assente. Guardando la costa di Don Ko, immerso fino al collo nelle tiepide e placide acque del fiume, non riesco a pensare a nulla. È una sensazione strana perché raramente non penso a nulla. Sono stato abituato ad avere sempre qualcosa da fare, a pensare sempre a qualcosa: al futuro, al domani a programmare il dopo, ma qui, nelle acque del grande fiume, non riesco a pensare ad alcunché. E’ il Mekong che vince la battaglia. Mi avvolge con le sue placide acque, congelando la mia mente. Forse a Don Ko non serve pensare al futuro, il futuro è qui, ora, e si fonde con il passato, nel presente. Mi domando solo se un italiano di trentasei anni, nativo lodigiano, milanese d’adozione, possa farcela a vivere con i pescatori di un’isoletta di duecento anime nel bel mezzo del Mekong, a oltre diecimila chilometri da casa, anche solo per una notte.
Resto una buona mezz’ora a farmi cullare dalle acque, fino all’ora di pranzo. La mamma di Kung mi ha preparato un piatto di riso bollito, un po’ di pesci di fiume e alcune banane. Prodotti semplici ma completi nell’apporto di sostanze nutrienti; prodotti autoctoni, senza additivi chimici né conservanti, dal pescatore al consumatore. Per lavarmi i denti scendo di nuovo al fiume, non è comodo, ma l’alternativa è il catino dell’acqua piovana sotto il tetto e poi quel fiume, il Mekong, ha qualcosa di magico, qualcosa di magnetico, che mi chiama fin da stamane.
Nel cortile di una casa c’è una festa. Un gruppo di persone sta ballando e cantando. Un uomo visibilmente alticcio mi porge una birra, mentre una bambina mi bagna con il suo fucile ad acqua, come vuole la tradizione in questi giorni di festa. Sono i giorni del Songkram, il capodanno buddhista, l’unica vera festa dell’anno alla quale i lao non possono rinunciare.
Il clima di festa travolge l’isola. Sul sentiero una processione di persone avanza cantando e ballando al ritmo della musica che esce da una cassa coricata su una carriola. Un uomo con una bandana in testa e una birra in mano mi nota e mi invita a seguire la carovana, come fossi uno di loro, come fossi un vecchio amico. Si va tutti verso il tempio. Il cortile è pieno di bambini, di monaci e ragazzi, un po’ come negli oratori di paese dalle nostre parti. Uno dei monaci mi chiede il permesso di versarmi un secchio d’acqua sulla schiena: permesso accordato, anche perché fa molto caldo e una secchiata d’acqua è tutt’altro che sgradita, Songkram a parte.
A Don Ko, oltre al tempio, alla scuola, alle case, alle vacche, alle galline non c’è nient’altro, ma gli abitanti di Don Ko sembrano non avere bisogno d’altro per essere felici. Li guardo mentre si divertono con niente. Cantano spensierati mentre camminano a piedi nudi lungo il sentiero. Qualcun altro sarebbe già scappato solo al pensiero di dover dormire in una baracca, mangiare riso bianco e pesci di fiume, senza avere Internet, senza la televisione, passando il pomeriggio a guardare un gruppo di ubriachi che saltellano qua e là dietro ad una carriola. Forse anch’io, qualche anno fa, sarei scappato, ma ora no. Immobile, incollato nel giardino del tempio come la statua di Garibaldi al suo basamento li osservo. Tutti sorridono, tutti sono felici, felici di non avere niente, o di avere tutto quello che basta per esserlo.
Lungo il sentiero del ritorno verso il mio alloggio c’è un gruppo di bambini che armeggia attorno una pianta. Una ragazza mi sorride e mi porge un rametto con delle foglie lunghe e strette, ne stacca un baccello lungo e sottile, lo apre, e si mette in bocca i semi. La merenda è un po’ insapore, tuttavia commestibile, piacevolmente salata. A Don Ko, quando si vuole fare merenda, si esce di casa, si agguanta un ramo e si mangia quello che la natura mette a disposizione. La natura e il fiume sono la vita per gli abitanti di Don Ko. Tutto quello che abbonda sugli scaffali del supermercato di Paksé improvvisamente mi sembra inutile, superfluo, quasi irritante.
Nella mia stanza è stata montata la zanzariera sopra il materasso. Pare che questa notte non sia l’unico ospite della famiglia di Mr. Khaloum. Lisa è una ragazza francese di ventisette anni che vive in Giappone e che ora si trova qui, in Laos, per una vacanza di un paio di settimane. Mentre ci conosciamo arriva Mr. Khaloum, con un passo piuttosto svelto, abitudine assai insolita da queste parti. Ci guarda, ci saluta frettolosamente e poi ci invita a seguirlo verso il fiume. Io e Lisa ci guardiamo in faccia giusto il tempo per intuire cosa ci aspetta. Prendiamo il nostro corredo da bagno e seguiamo Mr. Khaloum fino alla riva del fiume, saliamo su una barca e, accesi i motori, lasciamo la riva. E’ il momento del bagno. Lavarsi in mezzo al Mekong non è proprio come fare il bagno nella vasca di casa, ma in fondo l’operazione non è difficile, è solo un po’ scomoda, è solo una questione di abitudine, un po’ come quando una ragazza calza per la prima volta un paio di scarpe con tacchi a spillo.
La versione isolana dell’aperitivo alla moda, nel locale alla moda, con la gente alla moda è una birra al baretto dell’isola, tra pescatori fuori moda e voracissime zanzare. Uno dei due tavoli del bar è occupato da una decina di persone intente a giocare ad una specie di gioco dell’oca. Io e Lisa ordiniamo due birre. Un uomo si siede al tavolo con noi e attacca discorso. Mr. Noy è il vice capo villaggio, una vera istituzione sull’isola di Don Ko. E’ una specie di vicesindaco al quale la comunità fa riferimento per consigli e diatribe personali e con il sorriso tipico delle persone semplici e generose Mr. Noy ci invita alla festa di inizio anno che si terrà l’indomani, presso il tempio.
Non so che ore siano, ma il gallo sta cantando e una flebile luce penetra fra le fessure delle assi di legno della mia stanza. Non resta che alzarsi. Il fiume è là, oltre la fila degli alberi che riparano il sentiero dai raggi del sole. Ho bisogno di un bagno rinfrescante, dire di aver dormito bene questa notte sarebbe una vera bugia. Un timido sole filtra all’orizzonte, facendosi largo tra le nuvole del mattino, proprio sopra Paksé, mentre io, in mezzo al Mekong, assisto al risveglio dell’isola. Qualche cane abbaia, qualche barca a motore solca il fiume rompendo per un attimo il naturale silenzio dell’alba.
Lisa dorme ancora quando mi incammino verso il tempio. È mattina presto, ma già fervono i preparativi per la grande festa. Gruppi di persone affluiscono alla pagoda della preghiera. Le ragazze sono elegantissime: indossano la sinh – la gonna tradizionale laotiana –, una camicia di seta e lo scialle, tutti capi filati dalle abili mani delle loro madri. Il clima è quello delle grandi occasioni. C’è il capo villaggio che si appresta a fare un discorso alla comunità; c’è Mr. Noy munito di videocamera che, non appena mi vede, mi invita ad accomodarmi nella pagoda destinata alla preghiera, insieme a tutti gli altri.
Un gruppo di bambini scende verso il fiume tenendo tra le mani una barchetta fatta di bambù, colma di riso, frutta e qualche merendina confezionata. Sono i doni per gli spiriti del Mekong, che i bambini affidano alla corrente del fiume, in segno di buon auspicio per il nuovo anno.
La preghiera nella pagoda ha inizio. La luce radente del mattino disegna ricami surreali sui volti degli abitanti dell’isola raccolti per la preghiera. Dopo una buona mezz’ora tutti escono dalla pagoda. Tra le mani hanno grossi cesti colmi di doni. Uno ad uno i fedeli depositano sul tavolo le loro offerte.
Lisa sta facendo la sua valigia, mentre la moglie di Mr. Khaloum sta preparando la colazione: riso, laàp e verdure. Prima di consumare il nostro pasto mi concedo qualche minuto per mostrare al piccolo Kung qualche fotografia sul mio computer portatile. Stupito, il piccolo osserva quello strano apparecchio che si illumina mentre proietta le immagini della sua isola, l’unica parte di mondo che finora abbia mai visto.
Mr. Khaloum ci prepara il conto e ci offre un passaggio per Ban Saphai. Meno di 10 euro per aver passato quasi due giorni su un’isola dove non c’è acqua corrente, non c’è Internet, dove gli adulti non hanno la macchina, dove i bambini non hanno i giocattoli, ma dove vivono gli esseri più umani che abbia mai conosciuto.
Ci allontaniamo a bordo di una barchetta lunga e stretta che solca silenziosa le acque del Mekong. Don Ko è lì, dietro di noi, ferma, immobile. Il fiume scorre, inesorabile, continuo, senza sosta. Il Mekong è la metafora del tempo che passa e che porta via con sé ricordi, emozioni, vite e morti, ma non l’isola di Don Ko, che sembra immune al divenire del tempo. Tutto passa, tutto si trasforma, tranne Don Ko, dove il tempo si è fermato. E con Don Ko termina anche il nostro viaggio, un viaggio in un mondo diverso, ma pur sempre possibile e talvolta auspicabile.


Articolo pubblicato sul portale lodicitta.it (sito disattivato) – © lodicitta.it 2012

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