Chicken Farm, l’allevamento di esseri umani

Una stanza di un bordello laotiano
Una stanza di una chicken farm laotiana | © foto Mauro Proni 2014

Un inchiesta sui bordelli di periferia cambogiani tra miseria e necessità di sopravvivere.

Le chiamano “chicken farm” (lett. “allevamento di polli”), forse perché ricordano i pollai, ma sono veri e propri bordelli di quart’ordine. “Ti porto nella fogna” mi dice la mia guida locale mentre ci avventuriamo lungo una strada sterrata tutta buche e fango priva di illuminazione pubblica, nell’estrema periferia di Koh Khong, cittadina costiera della Cambogia occidentale a soli otto chilometri dal confine con la Thailandia. Da ambo i lati della strada una mezza dozzina di baracche di legno davanti alle quali, sotto un riparo fatto di bambù e paglia, non più di quattro o cinque ragazze bivaccano in attesa di compagnia.
Appena sentono il rumore del nostro motorino che sobbalza sulle buche del ciottolato le ragazze – che date le circostanze sarebbe meglio definire disperate – si precipitano sul ciglio della strada per dare il benvenuto a due potenziali clienti. Non si vede nulla a tal punto che bisogna scendere dal motorino e spostarsi sotto la fioca luce della lampadina che penzola sotto il riparo fronte strada per vedere i volti della disperazione.
L’impressione è oltre lo squallido. Le ragazze provengono da ogni angolo del Paese e solitamente restano a Koh Khong per poco, giusto il tempo di rendersi conto che la speranza di far soldi facili è rappresentata da una baracca malconcia di periferia dove una mamasan – la donna che gestisce le ragazze, perché questo genere di locali è sempre gestito da una donna – dà loro vitto e alloggio in cambio di una percentuale sulla prestazione.
E che servizio! Un letto di legno che sta in piedi con i chiodi arrugginiti con sopra un materasso di lana avvolto da lenzuola che chissà chi e quando qualcuno ha mai lavato. Le pareti delle stanze sono di legno compensato, come la baracca che ospita le chicken girls.
Arriva la polizia, proprio così, mentre ci intratteniamo a chiacchierare con alcune delle ragazze appostate di fronte ad una delle tante baracche un fibroso uomo in divisa con gli inconfondibili fregi della polizia cambogiana cuciti sulla spalla destra  ferma il suo motorino proprio davanti a noi. È fatta – penso io -, l’inflessibile giustizia del regno del defunto re Sianouk non perdona. Il pensiero tuttavia dura poco, giusto il tempo di un respiro, perché subito ci rendiamo conto che il tutore dell’ordine non è venuto qui per far rispettare la legge, ma per intascare la mazzetta, prezzo del silenzio che si paga in dollari, unica valuta accettata in Cambogia, visto che alla valuta locale – il riel – non credono nemmeno le autorità di frontiera.
Short time 15 dollari, long time 25: questi sono i prezzi per noi occidentali, i falang, per i clienti locali invece ci fanno capire che sono possibili sconti. Si parla addirittura di soli 8-10 dollari per un’oretta d’amore da consumarsi in una delle stanze interne del pollaio umano.
Le ragazze hanno fretta di concludere e dopo un po’ di chiacchiere cominciano a spazientirsi perché annusano che non siamo lì per consumare, ma solo per curiosare.
A dire il vero le autorità locali stanno cercando da tempo di ripulire l’immagine della Cambogia per attrarre investimenti esteri e incrementare un certo tipo di turismo cosiddetto “sano” e pertanto, per ostacolare il fenomeno della prostituzione, non c’è alternativa a rendere il più inospitale possibile le strade sulle quali si affacciano i locali malfamati, in quanto contare sulla polizia corrotta sarebbe più che una vana speranza una vera e propria illusione. Niente illuminazione pubblica, niente strada asfaltata: tutto ciò può non sembrare un granché, ma chi conosce l’Asia sa che una strada non asfaltata dopo un acquazzone significa un fiume di fango impraticabile e se a tutto ciò si unisce il buio pesto ecco che una misura apparentemente inconsistente risulta d’improvviso assai efficace.
Di clienti stasera non ce ne sono, molte delle baracche lungo la strada sono chiuse. “C’è poco lavoro qui” dice Apèt, una ragazza di 20 anni dalla statura minuta, con una stellina adesiva argentata appiccicata alla sua tempia destra che dona al suo viso fresco e giovane quell’aura di innocenza ormai persa da tempo. Presto Apèt lascerà Koh Khong per trasferirsi a Phom Penh a fare lo stesso lavoro sì, ma in condizioni meno squallide.
Le ragazze che lavorano nelle chicken farm hanno mediamente tra i 20 e i 25 anni, sono tutte cambogiane e sono libere di andarsene quando vogliono. “Io da qui me ne posso andare anche domani, ma se decido di smettere devo lasciare l’alloggio” continua Apèt.
Già, perché mamasan in cambio del 30% sulla prestazione fornisce alle ragazze un letto per dormire e tre pasti quotidiani a base di riso, carne e verdure. Una baracca di legno, la campagna e un po’ di cibo: proprio come in un pollaio, del resto non a caso le chiamano  chicken farm.

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