I funerali di re Sihanouk nella Phnom Penh liberata

Il palazzo reale
Il palazzo reale di Phnom Penh – © Mauro Proni 2012

Nonostante il suo passato ondivago tra filoamericanismo e maoismo re Sihanouk rimane nel cuore del popolo khmer

Il 2 febbraio a Phnom Penh si sono celebrati i funerali di re Siahnouk, deceduto il 15 ottobre 2012 in Cina. No, non c’è nessun errore, si tratta di ben quattro mesi dopo il decesso. A bordo di una barca d’oro il feretro del re della Cambogia è stato trasportato all’interno del palazzo reale della capitale dove, alla presenza di parenti e serpenti vari, lo attendeva una giornata intera di celebrazioni in suo onore. A sfilare davanti al feretro per rendergli omaggio c’era anche lui, Hun Sen, l’inamovibile primo ministro cambogiano da oltre un ventennio al potere che, vista l’ottima cera, sembra ancora ben lontano dal voler mollare lo scranno.
L’evento trasmesso dalla televisione di Stato ha bloccato la capitale della Cambogia per ben tre giorni ed ha tenuto incollati al televisore migliaia di khmer, almeno quelli che hanno i soldi per permettersi sia l’apparecchio televisivo che la bolletta elettrica dato che in molte parti del Paese sono ancora moltissimi i nuclei abitati privi di fornitura elettrica.
Re Sihanouk non si discute, non si contesta, né prima, né dopo la sua morte. Nonostante il suo passato ondivago tra filoamericanismo e maoismo re Sihanouk rimane nel cuore del popolo khmer e nessuno pare rimproverargli il suo passato di sostenitore di Pol Pot, uno dei più grandi criminali della storia dell’umanità, spesso dimenticato dalla stampa nazionale troppo impegnata a raccontare dei delitti di Cogne, delle versioni di Misseri e delle fidanzate di Berlusconi.
Sovrano a intermittenza fin dal 1941 re Sihanouk si è dovuto confrontare prima con la guerra civile che ha imperversato nel Paese dal 1970 al 1975 – e che ha visto contrapposte le truppe del generale golpista Lon Nol a quelle dei rivoluzionari Khmer Rossi – per poi fare i conti con gli anni bui dei regime di Pol Pot durante i quali c’è chi – come racconta Tiziano Terzani nel postumo Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia – giura di averlo visto occuparsi di verdure ed ortaggi nel giardino di un’anonima villetta prima di essere rimesso al suo posto da Pol Pot stesso, seppur privo di poteri, con la qualifica di Capo dello Stato della nuova Kampuchea Democratica.
Si vede che la Cina porta proprio male a re Sihanouk. Nel lontano 1970, proprio mentre era in viaggio nel Paese, il generale Lon Nol prese il potere a seguito di un colpo di stato appoggiato da Washington, lanciando la Cambogia in una disossante guerra civile che la vide vittima delle bombe a stelle e strisce che quotidianamente cadevano su Phnom Penh e sulla fascia di terra attraversata dal sentiero di Ho Chi Minh, nell’estremo Nord-Est del Paese. Oggi, per l’ultima volta, è di nuovo la terra che fu di Mao Zedong a segnare il destino di re Sihanouk. In esilio volontario dopo l’abdicazione a sorpresa avvenuta nel 2004 vi ha trovato la morte nell’autunno dello scorso anno.
“Sihanoukisti” era il nome dei reparti delle truppe filomonarchiche fedeli al re che combatterono a fianco dei Khmer Rossi contro l’esercito del generale golpista Lon Nol. Che c’entra la monarchia con il comunismo? Nulla, ma pur di riprendersi la poltrona, anzi il trono, re Sihanouk giocò tutte le carte del mazzo, anche quella che prevedeva l’appoggio ai comunisti di Pol Pot, uno dei più grandi carnefici della storia mondiale. “Persino peggio di Hitler – come racconta ancora una volta un brillante Terzani, testimone della storia recente cambogiana dalla fine degli anni sessanta fino all’arrivo delle truppe dell’UNTAC – perché Pol Pot sterminò il suo stesso popolo”.
Anche dopo quando vennero a galla i milioni di morti – c’è chi dice un milione e mezzo, c’è chi dice più di tre non essendo a disposizione dati precisi sui decessi né durante, né immediatamente dopo la fine del regime a seguito di povertà, malnutrizione e mancanza di presidi sanitari – re Sihanouk non venne additato dal popolo khmer come un complice della carneficina, ma semplicemente come il loro re che, legittimamente, tornava a fare quello che ha sempre fatto: il sovrano.
Ed ora eccolo che, a bordo della sua barca d’oro, dopo aver solcato il placido stradone asfaltato del lungo Mekong sotto gli occhi di migliaia di persone in ossequiosa venerazione da ambo i lati, entra per l’ultima volta a palazzo reale. Per i khmer è l’ultima occasione di vederlo, per chi scrive solo un ultimo schiaffo alla povertà in cui versa tuttora buona parte del Paese, avviato in sella ad un capitalismo senza regole, dove l’unica regola che vige è quella della giungla, che semina pochi ricchi ammanicati con il potere e molti poveri che cercano di aggrapparsi come possono al carrozzone del progresso che sfreccia senza pietà dimenticandosi, tra palazzi di vetro e centri commerciali, centinaia di migliaia di famiglie che campano come possono nelle baracche di legno dei numerosi villaggi di campagna del Paese.
Ed ecco il primo ministro Hun Sen sfilare prima davanti ai monaci della comunità nazionale buddhista, quella agganciata alla mammella del Governo con cospicui finanziamenti per comprare il suo silenzio di fronte alle nefandezze di un regime che democratico lo è solo nel nome, ma che, di fatto, è una vera e propria dittatura – una “democrazia gestita” – dove la divisione dei poteri è solo formale perché governo, magistratura e parlamento di fatto fanno capo tutti a lui, l’onnipotente Hun Sen che, grazie agli ampi poteri di cui gode, può intervenire per bloccare processi a carico di chicchessia.
E così ha fatto. Era il lontano dicembre 2011 quando il tribunale municipale di Phnom Penh rigettava una causa legale intentata dagli avvocati di Nuon Chea, uno degli ideologi dei Khmer Rossi, contro il Primo Ministro e dieci alti funzionari del Cambodian People’s Party, il partito dello stesso Hun Sen, per aver interferito nel corso del processo a carico di Nuon Chea corrompendo sei testi al fine di modificare la versione dei fatti a sfavore del loro assistito.
“Regioni di sicurezza dello Stato e mancanza di prova” recitava la requisitoria della pubblica accusa rappresentata in quella sede da Sok Roeun, con la quale si chiedeva al giudice di archiviare la posizione di Hun Sen e dei dieci rappresentanti del CPP. “In base alla legge hanno il diritto di farmi causa e, sempre secondo la legge, ognuno ha il diritto di far causa a chiunque, governo o non governo” dichiarò pubblicamente Phay Siphan, portavoce del governo in carica e allo stesso tempo coimputato nel processo, subito la sentenza di rigetto emessa dal tribunale della capitale. Parole, quelle di Siphan, ancorché politicamente corrette non incantano più da anni dato che è ben noto che la magistratura cambogiana ha le mani legate dagli invisibili fili mossi dall’onnipotente primo ministro, che oggi sfila, con mani giunte e capo chino, davanti ai monaci in segno di devozione e davanti alla moglie del povero Sihanouk in segno di cordoglio.
Palazzi faraonici illuminati a giorno che stridono con la realtà di baracche senza acqua né luce sparse nella provincia di Rattanakiri; sovrani cerchiobottisti che hanno coadiuvato l’ascesa di dittatori sanguinari; politici corrotti che gestiscono il potere in un intreccio di affari privati e ruoli pubblici; primi ministri che genuflettono una nazione intera ai loro piedi con l’uso della polizia, il tutto per assicurarsi potere e denaro. La Cambogia di oggi è tutta qui.

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