Una vita in Viaggio. Come tutto è cominciato

Mauro Proni
© foto Mauro Proni 2009

Per una strana concomitanza di eventi mi ero trovato all’alba dei trenta a far da palo sulla soglia del bar del paese. E poi…

Di siti e giornali che parlano di viaggi ce ne sono tanti e le mete trattate sono più o meno le stesse: la spiaggia dorata, la piazza medioevale, il museo e l’agriturismo, temi da carta patinata acompagnati dalle solite foto dove tutto è bello, pulito, in cielo splende sempre il sole e tutti sono felici e contenti. Ma cosa significa viaggiare?
Era il lontano 2005 quando cominciai a muovere i primi passi in Europa. Alla televisione non passava giorno che non si raccontasse di un crimine commesso da un romeno. Era l’anno in cui la nostra stampa “libera” era impegnata a raccontarci che i responsabili di tutti i nostri mali erano loro, i romeni. Proprio per questo motivo decisi di andare in Romania. Volevo vedere con i miei occhi, volevo capire. Fu un’esperienza fantastica a tal punto che due anni dopo ritornai nel Paese per visitarne l’entroterra. Altra esperienza indimenticabile. E’ così che tutto è cominciato.
Da allora non mi fermai più. Austria, Polonia, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Bielorussia, Belgio, Slovenia e tutto quello che i miei lettori possono leggere nella pagina I miei viaggi. Mete insolite, mete poco gettonate, quelle che i cataloghi delle agenzie non ti raccontano, quelle che, nell’immaginario collettivo dell’italiano di provincia, sono mete da sfigato, da turista in cerca di sesso facile, perché, come direbbe qualcuno: cosa c’è da vedere in Europa a parte Londra, Parigi, Vienna e le spiagge di Creta e Ibiza?
Così, poco a poco, capii che tutto quello che avevo fatto fino ad allora – il classico turismo delle due settimane ad agosto per intenderci – non faceva per me.
Ma facciamo un passo indietro. Per una strana concomitanza di eventi mi ero trovato all’alba dei trenta a far da palo sulla soglia del bar del paese – già, perché Lodi, la mia città natale, è poco più che un paese – a guardare la gente che passava. L’allegra famigliola ben vestita con il passeggino al seguito e il gelatino in mano, la ragazzina impettita che esce dalla boutique con l’abito all’ultima moda comprato con la carta di credito del papi, il signorotto elegante che entra in chiesa per assistere alla Santa Messa e tacitare la sua coscienza elargendo un euro in opere di bene: erano loro i protagonisti del film che proiettavo nel mio tempo libero.
Passavano i mesi, gli anni ed io ero sempre lì, sull’uscio del bar. Non ero da solo, per carità, ma in triste compagnia di altrettanti sventurati che, per le ragioni più varie, passavano le serate alla stessa maniera mia, solo che loro avevano un bel po’ di anni più di me.
E così un giorno mi guardai allo specchio e proiettai la mia vita da lì a dieci anni, più o meno la differenza d’età che mi separava dai miei compagni di sventura. Fu in quel momento che capii che non volevo fare la loro stessa fine e decisi che dovevo cambiare. Lo decisi io, solo io, profondamente convinto che tutto parte da noi stessi e cambiare la nostra vita dipende solo da noi e da nessun altro.
Così, convinto da un amico, mi iscrissi a un corso di danze latino-americane – non avevo mai ballato prima d’allora – e lo trovai divertente fin dalla prima lezione. Si formò subito un bel gruppetto affiatato, conobbi nuovi amici, nuove persone e feci una montagna di nuove esperienze. Positive.
Era il 2006 e fu proprio con un ragazzo che conobbi nei templi lodigiani del latino-americano che mi recai in Romania la prima volta. Il resto della storia lo conoscete.
Sono sempre stato curioso, fin da bambino, e viaggiare mi ha aiutato a capire cosa mi piaceva fare: scoprire. Per me è questa l’essenza del viaggio. La sabbia bianca, la palma che fa capolino e il mare azzurro lo lascio a chi crede che viaggiare consista solo nel posare le chiappe sulla spiaggia di un paese che non ha la forma di uno stivale. Per me, viaggiare, non è andare in vacanza.
Viaggiare è una scoperta continua, un’occasione di imparare cose nuove, lingue nuove, usanze nuove, conoscere nuove persone e capire che ci sono migliaia di modi per interpretare la realtà e altrettanti per viverla.
Nonostante la mia laurea in giurisprudenza e il mio lavoro in una multinazionale straniera mi resi conto di quanto fossi ignorante e capii presto che una vita in viaggio vale più di due lauree che oggi, molto spesso, sono buone solo per coprirci la muffa delle pareti di casa.
Viaggiare insegna tante cose, soprattutto la tolleranza, ma anche a capire che non sempre culture diverse sono compatibili. Chi predica l’uguaglianza a tutto campo e si riempie la bocca di belle parole ha viaggiato molto poco. Dopo un po’ si impara a riconoscerlo. Chi elargisce lezioni di tolleranza spesso non sa che altro dire perché non ha termini di paragone e fa della retorica l’arma con la quale far breccia nel cuore della gente. Purtroppo però, il più delle volte, tutto quello che dice è ben lontano dalla realtà.
L’italiano medio legge poco e viaggia ancora meno. Per l’italiano medio viaggiare significa andare a Parigi a vedere la Tour Eiffel e ad Ibiza a prendere il sole; tanto basta per poter tornare a casa a far crepare di invidia gli amici mostrando loro l’abbronzatura o le foto che lo ritraggono griffato dalla testa ai piedi, in una sorta di orgogliosa esibizione della vacuità.
Viaggiare insegna anche a capire che l’italiano all’estero è solitamente da evitare. Generalmente chiassoso, pretenzioso, esibizionista, si ritiene una spanna sopra gli altri e si erge a giudice sempre delle stesse cose: la cucina locale – che comunque fa sempre schifo perché “la nostra è la migliore del mondo” – e il modo di vestire – perché noi italiani “sappiamo vestire meglio di tutti”. Provincialissimo.
Questo a dire il vero è più per i maschietti. E le femminucce? L’italiana media, abituata com’è nel italico stivale a vivere di complimenti e circondarsi di ragazzi che sbavano ad ogni suo passo, all’estero ci va poco perché la concorrenza è spietata e le poche volte che si è subito resa conto di essere solo una delle tante discendenti di Eva presenti sul pianeta; il suo ego ne  uscito scalfito e il piedistallo d’argilla sul quale ha costruito la sua vita è franato. Per essere considerata potrebbe fare uno sforzo d’umiltà, ma per lei questo è troppo e la sola soluzione è il villaggio turistico. Lì sono tutti quasi tutti italiani e fra i suoi simili lei si sente a casa. Può esibire le sue griffes senza rendersi ridicola e tirarsela senza rischiare di rimanere sola in un angolo del bar con il bicchierino di aranciata mentre gli altri la scambiano per parte dell’arredamento.
Tante cose si imparano viaggiando, anche a riconoscere quelli che viaggiano poco, perché quando racconti loro qualcosa che esula dai luoghi comuni sui quali hanno costruito le loro certezze – ognuno di noi ha bisogno di certezze, l’assenza di certezze genera ansia – non ti credono, alzano le barriere difensive e cominciano a contestare le tue affermazioni con concetti avulsi dalla realtà, fondati sul sentito dire, sugli slogan della televisione, facendo parallelismi con l’unica realtà che conoscono, quella del luogo dove vivono e di quel poco che hanno visto del mondo nelle due settimane a cavallo di ferragosto.
Anche oggi, come otto anni fa, mi capita di immaginare la mia vita da qui a qualche anno e quello ogni volta vedo non è l’immagine triste di un anziano che, con la canottiera a costine, i pantaloni con la piega e le ciabatte intrecciate va a bere il bianchino al bar del paese, ma quella di un uomo che, con lo zaino sulle spalle, gira il mondo con lo stesso entusiasmo del lontano 2006, quando per la prima volta mi affacciai alla finestra del mondo.
Cambiare la nostra vita dipende da noi, buon viaggio a tutti.

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