Cipro, e dopo?

Leiki BankLa crisi finanziaria di Cipro e i rimedi al dissesto. Paure e analogie con il Belpaese.

E’ successo ancora. Prima la Grecia sull’orlo del fallimento a ricordarci immagini da rivoluzione ottocentesca ed ora Cipro, uno degli ultimi paesi ad essere stati ammessi nell’Unione Europea (2004). Problemi diversi, stesse soluzioni: chiedere aiuti all’UE per tappare la falla che altrimenti farebbe affondare la nave. E l’Unione, che quella nave fa parte della sua flotta, non può lasciarla affondare. Non può e non vuole. Ma facciamo un passo indietro.
Nella Repubblica di Cipro, dopo l’ottenimento dell’indipendenza dalla corona britannica nel lontano 1960, convivono da sempre due comunità: quella greca, che risiede nella parte Sud del Paese, e quella turco-cipriota, che occupa i territori a Nord. Fin dagli albori della neonata repubblica i greco-ciprioti cercarono di escludere i turchi dall’amministrazione del Paese generando un’escalation di tensioni tali che, per scongiurare la guerra civile, nel 1964 fu necessario l’intervento dell’ONU. Da allora una fascia di terra di 180 chilometri presidiata dai Caschi Blu – la Green Line, una sorta di muro di Berlino in salsa mediterranea – divide Cipro in due, passando per la capitale Nicosia.
Come se la situazione non fosse abbastanza precaria, nel 1974 la Grecia “dei colonnelli”, nel disperato tentativo di recuperare un po’ di consenso popolare alla dittatura, invase Cipro con lo scopo di annetterla riaccendendo così nuove tensioni con la Turchia che, per tutta risposta, occupò militarmente una parte del territorio del Paese ben più ampia di quello dove erano insediate le comunità turco-cipriote che, al tempo, rappresentavano solo il 18% della popolazione, così determinando la situazione odierna.
Oggi Cipro è un’isola spezzata dove convivono due comunità: quella greca – il 70% della popolazione attuale –, l’unica ufficialmente riconosciuta dalla comunità internazionale – e i turco-ciprioti che, essendo riconosciuti solo dalla Turchia, sono sprovvisti di passaporto, non possono entrare a Cipro Sud e non hanno alcuna rappresentanza al parlamento di Strasburgo in quanto, per la comunità internazionale, i turco-ciprioti semplicemente non esistono.Dimenticavo gli inglesi. Nella punta meridionale del Paese c’è una basa militare inglese, ultima testimonianza del colonialismo britannico che ha interessato l’isola dal 1925 alla proclamazione dell’indipendenza.
E i russi? Già, ci sono anche loro. I russi a Cipro hanno enormi interessi economici perché per fare affari in Europa è meglio avere un passaporto dell’UE e Cipro ultimamente ha concesso la cittadinanza ai magnati di Mosca con grande facilità consentendo loro di fare affari non solo a Cipro, impiegando capitali di dubbia provenienza.
E poi c’è il gas. La scoperta di enormi giacimenti di gas naturale nelle acque territoriali attorno a Cipro risale alla fine del 2010 ed ha fatto fibrillare da tempo i governi di Russia, Stati Uniti e Israele, oltre che di Turchia e Grecia.
La partita che si gioca attorno a Cipro non è semplicemente un affare di due banchette da salvare, sarebbe troppo semplice, gli interessi in gioco sono ben altri. Insomma Cipro non può fallire.
Ed allora ecco la soluzione: congelare i conti correnti e operare un prelievo forzoso sui depositi oltre i 100.000 euro. Prima si è parlato del 20, poi del 25 ed oggi addirittura del 40%. Ma non c’è da preoccuparsi, non è un atto di forza, non è una manovra autoritaria del solito dittatore comunista, è tutto perfettamente in regola. Basta fare una legge, un decreto o come lo si vuole chiamare e tutto diventa legale. Per l’Europa delle banche questa è l’unica differenza tra la dittatura e la democrazia: la forma.
Quello che si sta consumando a Cipro non è un affare interno di poco conto da raccontare in due minuti di telegiornale tra la riapertura del processo Meredith e la locomotiva del Frecciarossa dedicata a Pietro Mennea, ma un gravissimo vulnus senza precedenti. Il caso di Cipro ci insegna che nulla è sicuro, anche i depositi bancari dei privati cittadini, anche quelli dell’anonima “signora Maria” che risparmia da una vita e che oggi assiste impotente al prelevamento forzoso del 40% del frutto delle sue fatiche. Già, anche i soldi dei conti privati possono essere utilizzati – non voglio usare termini più efficaci – in modo legale per salvare banche e governi. Quello di Cipro è un caso senza precedenti che rimette in discussione il concetto stesso di democrazia, di libertà, di riservatezza, di proprietà, insomma tutto quello su cui sono basati i moderni stati di diritto.
E l’Italia? Con il suo debito pubblico in costante crescita – secondo le stime degli operatori di settore a luglio arriverà a toccare il 130% del PIL – e l’intricato quadro politico emerso dalle ultime elezioni il nostro paese è sempre più vicino alla Grecia e a Cipro non sono geograficamente. Quello che è certo è che i numeri dell’economia italiana sono talmente grandi che, se l’Italia fosse al collasso, l’Unione non potrebbe coprirla.
Quindi? Tranquilli, non dobbiamo preoccuparci perché se l’Italia stesse per affondare non ce lo direbbero prima e l’orchestrina di bordo continuerebbe a suonare la sinfonia del “va tutto bene”, proprio come sul Titanic. Non si sa mai che la gente si faccia prendere dal panico e corra in banca a chiudere i conti.

Foto di Trowbridge Estate distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 2.0 Generico.

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