L’Italia vista da un espatriato

l'italia vista da un espatriato
© foto Mauro Proni 2012

La triste realtà di un paese piccolo che si sente grande

C’è un paese di teledipendenti, di giovani che a quarant’anni si fanno ancora stirare i pantaloni dalla mamma, che non conoscono le lingue, che non viaggiano, che non leggono libri e che alla partita della domenica non possono rinunciare.
L’Italia vista da un espatriato è un grande paesone. Espressione di questa società è una classe politica che non perde occasione per rintuzzare l’orgoglio popolare nel disperato tentativo di cementare la massa attorno ai valori patriottici. E così la nostra Costituzione diventa la «più bella del mondo» – quasi che un atto normativo possa contenere un valore estetico –, «la nostra sanità ce la invidiano tutti» – se è così perfetta perché non ce la copiano oltre ad invidiarcela? – «l’Italia è un grande paese» – ma che vuol dire? – e chi più ne ha più ne metta.
Ho lasciato l’Italia due anni fa e non ne sento affatto la mancanza.

Motori e cucina

Per quanto riguarda motori, cucina e moda abbiamo ben pochi rivali, ma è proprio così? Le nostre case automobilistiche all’estero sono quasi completamente sconosciute; in Europa di esemplari del Gruppo Fiat ne ho sempre visti pochi. La nostra cucina è molto varia, ma non è il sogno di nessuno né tantomeno l’unica ragione di vita per uno straniero. Ogni cultura ha la sua cucina e una particolare relazione con il cibo. Per un anglosassone, ad esempio, mangiare è puro sostentamento, poco importa quello che ha nel piatto; per un asiatico la nostra cucina è insapore (manca di spezie) o, in certi casi, troppo salata; inoltre non concepirebbe mai una colazione a base di portate dolci.

La moda

Il culto dell’apparire è talmente radicato nell’italiano medio che non riesce a rinunciarci nemmeno in vacanza; persino sulla spiaggia deve esibire i suoi costumi griffati; persino in un locale notturno non può fare a meno di esibire la sua cuffietta di lana Armani e i suoi occhiali Rayban.

Città e provincia

Milano o Pavia, Roma o Frosinone, Cuneo o Torino non fa differenza. Il provincialismo è dentro ogni italiano afflitto dal suo atavico complesso di superiorità.
Ho lavorato anni con i milanesi collezionando discorsi di rara mediocrità: «Le ragazze dell’Est sono tutte facili», L’aperitivo si fa in piedi, da seduti si farà in provincia».
La provincia italiana è una straordinaria fucina di rare intelligenze che finiscono di essere tali non appena mettono il naso fuori dal paesello, quando tornano a essere particelle di una massa indistinta ai quali nessuno fa caso, soprattutto all’estero.

Il provincialotto medio

Veste griffato, va alla Santa messa la domenica e passa la serata in locali rigorosamente alla moda, dove esibisce l’ultimo capo acquistato nella boutique del centro. Il provincialotto ha sempre la macchina pulita e lo smartphone all’ultimo grido, va in vacanza a in Grecia e in Spagna, legge la Gazzetta dello Sport, frequenta locali cool per gente trendy e vanta conoscenze importanti.

Il provincialotto evoluto

E’ l’upgrade del provincialotto medio. L’evoluto va a fare serata a Milano per sentirsi parte di una realtà più grande di lui. Lo vedrete andare in uno di quei locali dove si pagano 10 euro per un parcheggio non custodito, 2 euro per fare la fila al guardaroba e altri 10 euro per un cocktail a base di ghiaccio. Dopo aver passato la serata in mezzo a gente che non lo degna nemmeno di uno sguardo, non dirà mai che non si è divertito. Se vai a Milano ti diverti per forza, soprattutto se pensi a quello che ti è costato.

I luoghi comuni

«In Italia si sta benissimo» – sì, soprattutto per chi non visto altro –, «In Italia si mangia meglio che ovunque» – di sicuro per chi pretende che le tagliatelle alla bolognese di Cracovia siano come quelle della mamma –, «Noi italiani sappiamo vestire meglio degli altri» – semplicemente altre culture non danno così importanza all’apparenza come facciamo noi.
L’italiano medio parla inglese. Inglese buono parlato e scritto”: lo trovi in tutti i curriculum. Quando si trovano a dialogare con un madrelingua non capiscono una parola, ma difficilmente faranno ammenda: è il madrelingua che parla male.
Mentre nei Paesi nordici si punta sull’insegnamento delle lingue per formare la classe dirigente del futuro, in Italia abbiamo La Divina Commedia e I Promessi Sposi.
In anni di viaggi ho avuto l’occasione di parlare con commesse, anziani, operai che parlavano un sorprendente inglese pur non avendone necessità professionali; l’Italia partorisce tuttora laureati che non sanno mettere insieme due frasi per socializzare al bar. Con l’accento di Massimo Troisi.

Viaggiare

Viaggiare è un concetto complesso. Passare il weekend a Parigi o sdraiarsi su una spiaggia di un Paese mediterraneo per due settimane l’anno non è viaggiare, è andare vacanza.
Nella cultura anglosassone passare un anno in giro per il mondo è prassi dopo la scuola superiore o l’università. Si chiama gap year (anno sabbatico) ed è considerato parte del percorso formativo di un giovane. In Italia, non pervenuto.
In Cambogia ho incontrato un ragazzo di 25 anni che era da un anno in giro per il mondo da solo, con uno zaino in spalla e tanta voglia di mettersi in gioco; il suo omologo italiano alla stessa ora è in giro con l’auto lucida a cercare il posto dove fare l’aperitivo prima di mettersi davanti alla TV a guardare la partita.

I pontificatori da divano

L’italiano medio è uno straordinario pontificatore da divano. Parla di realtà lontane (che non conosce affatto), dà consigli (basandosi su cose che ha sentito alla TV), interpreta il mondo (pensando che tutto sia uguale all’unica realtà che conosce).
Siamo in fondo alle classifiche dei Paesi europei per libri letti, per conoscenza delle lingue e vantiamo i primi posti nella classifica OCSE per analfabetismo funzionale.

Qualcuno starà pensando che questo sia il solito sproloquio qualunquista anti italiano: significa che ho colpito nel segno. Per tutti gli altri spegnete la televisione, fate la valigia e partite. Parlate con la gente comune, sedetevi accanto ad un anziano con la pelle consumata dal sole e osservate, osservate e osservate. Si impara più in un anno passato così che in cinque in una qualsiasi università.

2 pensieri riguardo “L’Italia vista da un espatriato

  • Ciao Mauro
    sto leggendo il tuo blog da un’ora e sono sorpreso dal magnetismo che i tuoi articoli trasmettono. Logicamente condivido a pieno quello che scrivi… più chiari di così non potrebbero essere.
    Dopo 1 mese di Thailandia mi ritrovo a sfogliare siti su italiani che si trasferiscono in Asia…ed ecco il tuo!

    Poche parole..non voglio essere prolisso…solo COMPLIMENTI!
    Articoli diversi dai soliti luoghi comuni e dai più copia e incolla che fanno apparire sempre la stessa cantilena.

    Ora riprendo il lavoro ma salvo il tuo sito per potermelo gustare totalmente più tardi.

    Buona fortuna e buona vita, Eric

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