ONG, la solidarietà che diventa business

Tutto quello che dovete sapere sul danaroso mondo della beneficienza

Quando da giovane vedevo le immagini televisive dei gommoni di Greenpeace che attaccavano le baleniere giapponesi mi domandavo chi fornisse loro quei bolidi da decine di migliaia di dollari e chi avesse così tanto tempo libero per dedicarsi anima e corpo ad attaccare le baleniere anziché andare a lavorare. Ero un povero materialista.

Kompong Cham, Cambogia. Un’imponente villa spicca tra gli edifici raffazzonati di mattoni e cemento. Da una finestra svolazza lo striscione “Save the Children”. Chi ha pagato la bella villa? I generosi donatori o qualche facoltoso cambogiano? Era il 2012.
“Le ONG a Sianoukville hanno alterato il mercato immobiliare facendo schizzare i prezzi alle stelle” mi disse Mauro, una guida turistica italiana residente in Cambogia.

L’alterazione del mercato immobiliare

Quando mi trasferii a Vientiane – vivo in Laos per chi non lo sapesse -, rimasi sorpreso nel rilevare gli elevatissimi prezzi delle case, i contratti si stipulavano annualmente e l’affitto si pagava anticipato: dodici mesi tutti e subito. Mi si accese una lampadina.
copertina libro FurlanettoI primi espatriati a mettere piede nella capitale del Laos sono stati i dipendenti delle Nazioni Unite, delle ambasciate e delle ONG, le “organizzazioni non governative”.
Le ONG che operano nei Paesi del Terzo Mondo impiegano decine di migliaia di operatori che non vivono nelle baracche, ma in case dotate di ogni comfort; godono di stipendi di tutto rispetto, assistenza sanitaria, veicolo a disposizione e una serie di altri benefit.
Per un proprietario immobiliare la ONG è un buon cliente: stipula contratti d’affitto lunghi (pari alla durata del progetto da avviare nel Paese di destinazione) e paga tutto e subito.
I proprietari immobiliari sono stati abituati bene. A Vientiane, che tu sia un dirigente di una ONG o un modesto insegnante, il contratto è di un anno e l’affitto lo paghi tutto anticipato.

Il libro di Valentina Furlanetto

L’industria della carità è una raccolta di testimonianze di persone che per le ONG hanno lavorato e ne sono uscite schifate, dopo aver visto fiumi di denaro sparire in mille rivoli.
Veniamo ai casi concreti. Greenpeace non fa più nulla a parte azioni dimostrative per far parlare di sé attraverso qualche giornalista compiacente e distribuisce stipendi ai suoi manager per nulla diversi da quelli di un dirigente di una multinazionale. Un paio di dirigenti di Greenpeace, all’indomani di un’iniziativa volta a boicottare un campo dove si sperimentavano gli OGM, pochi anni dopo sono finiti a lavorare niente meno che per Monsanto, il colosso degli OGM.
Save the Children è la ONG più ricca del pianeta, raccoglie milioni di dollari che spende in costi di struttura (come la villa di cui sopra) e marketing. Quello che resta – poco – va ai bambini.
L’italianissima Fondazione Veronesi non pubblica i bilanci e nemmeno li invia ai donatori che ne fanno richiesta. “Non è obbligatorio per legge” hanno risposto gli incaricati interpellati all’autrice del libro che ne aveva chiesto copia. Pubblicare i bilanci di una ONLUS per la legge italiana non è obbligatorio. Se un donatore vuole sapere come vengono spesi i suoi soldi, se per la ricerca sul cancro o per mantenere la Fondazione stessa, non resta che rimettersi alla buona volontà della ONLUS stessa.

Dove finiscono i nostri soldi

Il libro di Valentina Furlanetto aiuta a capire dove finiscono i soldi del 8 per mille, che fine ha fatto l’euro che avete inviato tramite SMS per aiutare i terremotati di Haiti, i soldi che avete speso per comprare l’azalea o per le arance anticancro e dove vanno a finire i vestiti dismessi che imbucate nei cassoni delle parrocchie.
Ne ho messi di indumenti in quei bidoni metallici! Ho smesso quando sono venuto a conoscenza che i dirigenti di Humana, una ONG danese attiva nella raccolta di indumenti usati, sono ricercati per truffa e l’attività dell’Organizzazione in alcuni Paesi europei è stata vietata. In Italia non ancora.
Nel Belpaese capita che la raccolta degli indumenti usati sia gestita dalla criminalità organizzata che rivende sul mercato dell’usato i capi firmati ancora in buono stato e alle fabbriche tessili cinesi i capi invendibili. Dei soldi ricavati poco si sa. Qualcosa in Africa in passato ci è arrivato, almeno quanto basta per far crollare i prezzi dell’abbigliamento e far chiudere interi stabilimenti di produzione.
E’ il meraviglioso mondo della solidarietà.

Il video è stato pubblicato da Casa Editrice Chiarelettere con licenza Youtube standard

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