ONG, quando la solidarietà diventa business

L’industria della carità, tutto quello che dovete sapere sul danaroso mondo della beneficienza.

Quando da giovane vedevo le immagini televisive dei gommoni di Greenpeace che attaccavano le baleniere giapponesi mi domandavo chi fornisse loro quei bolidi da decine di migliaia di dollari e chi avesse così tanto tempo libero per dedicarsi anima e corpo ad attaccare le baleniere anziché andare a lavorare. Materialista che ero.

Qualche anno fa ebbi l’occasione di viaggiare mesi e mesi per il Sud-Est asiatico – gli inglesi lo chiamano gap year, in Italia non sappiamo ancora cosa sia – e ricordo che nella cittadina cambogiana di Kompong Cham vidi una villa meravigliosa che spiccava in mezzo al resto delle costruzioni, che non brillavano certo per pregio artistico. Da una finestra della villa in questione svolazzava uno striscione: “Save the Children” diceva la scritta. Sì, era proprio il marchio della nota ONG attiva nella “tutela dell’infanzia”. E ancora una volta, da vero materialista rompiscatole, mi domandai chi avesse pagato quella bella villa: i generosi donatori o qualche facoltoso cambogiano?
Ma veniamo al presente.
Quando mi trasferii a Vientiane – vivo in Laos per chi non lo sapesse -, cercando casa rimasi sorpreso nel constatare tre cose: i prezzi delle case erano altissimi, i contratti si stipulavano annualmente e l’affitto si pagava tutto anticipato. Avete capito bene: dodici mesi anticipati.
Un giorno incontrai un italiano che viveva e lavorava in Cambogia. “Le ONG a Sianoukville hanno completamente alterato il mercato immobiliare facendo alzare i prezzi alle stelle” mi disse Mauro, mio omonimo nonché guida turistica per italiani.
Fu così che mi si accese una lampadina: vuoi vedere che a Vientiane…
copertina libro FurlanettoI primi expat a mettere piede nella capitale del Laos sono stati i dipendenti delle Nazioni Unite e di alcune ONG, le cosiddette “organizzazioni non governative”, in Italia meglio conosciute come ONLUS.
Le ONG che operano nei Paesi del Terzo Mondo impiegano decine di migliaia di operatori che non si accontentano certo di vivere nelle baracche come le persone che “aiutano”, bensì in case dotate di ogni comfort, godendo di stipendi di tutto rispetto, assistenza sanitaria, veicolo a disposizione e una serie di altri benefit che non stiamo qui a raccontare.
La ONG è un buon cliente per un proprietario immobiliare perché stipula contratti d’affitto lunghi (pari alla durata del progetto da avviare nel Paese di destinazione) e soprattutto paga tutto e subito, del resto i soldi non sono suoi, ma dei benefattori e dei governi che finanziano i progetti e la ONG mette il costo integrale della locazione a bilancio fin da subito.
E così i proprietari di immobili di Vientiane hanno dedotto che il falang vuole la casa bella e paga tutto e subito. Risultato? A Vientiane, che tu sia un dirigente di una ONG o un modesto insegnante di inglese, il contratto è di un anno e l’affitto lo paghi tutto anticipato, che ti piaccia o no.
L’industria della carità, di Valentina Furlanetto, è stato un libro illuminante che mi ha consentito di capire molte cose. Innanzi tutto che Greenpeace sostanzialmente non fa più nulla se non azioni dimostrative per far parlare di sé attraverso qualche giornalista compiacente, distribuendo stipendi ai suoi manager per nulla diversi da quelli di un dirigente di pari livello di una multinazionale. Ora si capisce perché i balenieri giapponesi li prendono a cannonate d’acqua.
Non solo, pare anche che un paio di dirigenti di Greenpeace, all’indomani di un’iniziativa volta a boicottare un campo dove si sperimentavano gli OGM (organismi geneticamente modificati), pochi anni dopo siano finiti a lavorare niente meno che per Monsanto, il colosso degli OGM.
E Save the Cildren? E’ attualmente la ONG più ricca del pianeta, raccoglie annualmente milioni di dollari che spende soprattutto in costi di struttura (la villa di cui sopra) e marketing. Quello che resta, poco, va ai bambini.
Si potrebbe anche parlare dell’italianissima Fondazione Veronesi, che non pubblica i bilanci e si rifiuta di inviarli ai donatori che ne fanno richiesta. “Non è obbligatorio per legge” hanno risposto gli incaricati interpellati all’autrice del libro che ne aveva chiesto copia. Già, in Italia pubblicare i bilanci di una ONLUS non è obbligatorio, ma magari un donatore vuole ugualmente sapere come vengono usati i suoi soldi, se per la ricerca sul cancro o per mantenere la Fondazione stessa.
World Vision, Fairtrade, AGIRE, Amnesty International, Cesvi, Medici senza frontiere, Lega Antivivisezione, AIRC sono sono alcune tra le più note ONG di cui Valentina Furlanetto parla nel suo libro, svelando retroscena inquietanti.
L’industria della carità, edito da Chiarelettere, è un libro inchiesta, una raccolta di testimonianze di persone che per le ONG hanno lavorato e ne sono uscite schifate, dopo aver visto fiumi di denaro sparire in mille rivoli.
Il libro di Valentina Furlanetto mi ha aiutato e vi aiuterà a capire dove vanno a finire i soldi del 8 per mille nella vostra dichiarazione IRPEF, che fine ha fatto l’euro che avete inviato tramite SMS per aiutare i terremotati di Haiti, i soldi che avete speso per comprare l’azalea o per le arance anticancro e dove vanno a finire i vestiti dismessi che imbucate nei bidoni metallici siti nei pressi delle parrocchie.
Sì, anche quello ho sempre fatto quando vivevo in Italia, in buona fede naturalmente. Poi sono venuto a conoscenza che i dirigenti di Humana, una ONG danese attiva nella raccolta di indumenti usati, sono ricercati per truffa e l’attività di Humana in alcuni Paesi europei è stata limitata o addirittura vietata. L’Italia naturalmente non è fra questi.
In Italia, invece, la raccolta degli indumenti usati in talune località è gestita dalla criminalità organizzata che rivende sul mercato dell’usato i capi firmati ancora in buono stato e ai cinesi attiivi nel settore tessile il resto. Dei soldi ricavati poco si sa. Naturalmente qualcosa in Africa in passato ci è finito, almeno quanto basta per far crollare i prezzi dell’abbigliamento e far chiudere interi stabilimenti di produzione.
E’ il meraviglioso mondo della solidarietà.

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Il video è stato pubblicato da Casa Editrice Chiarelettere con licenza youtube standard

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