Stuprare sì, ma con amore

2015-02-12 17.57.35Uno studente che dice all’insegnante: «Se non mi fai passare l’esame ti stupro», tra i sorrisi divertiti di compagni e compagne presenti; un giudice che concede il rilascio su cauzione a un uomo accusato di violenza sessuale perché la vittima poche ore prima ci era uscita a cena. E’ tutto vero, succede in Thailandia.

Forzare una donna ad avere un rapporto sessuale non implica di per sé uno stupro, in Thailandia dipende dalle circostanze. Per la nostra cultura non può esserci uno stupro “buono” e uno “cattivo”, mentre nella cultura thai la differenza esiste ed è stata codificata persino nella lingua. Con il termine bplum si intende il sesso forzato, e non rappresenta un fenomeno socialmente riprovevole; può occorrere tra coniugi, fidanzati o persino tra amici. Se dopo una serata passata in discoteca una ragazza accetta di dormire a casa di un amico perché troppo stanca per tornare a casa in motorino, dovrà anche accettare il fatto che l’amico cerchi di possederla. Ecco spiegata la decisione del giudice che ha concesso il rilascio su cauzione al presunto violentatore nell’esempio iniziale.
La violenza perseguibile giudiziariamente è il khom kheun. Generalmente si configura tra due perfetti sconosciuti; è l’ipotesi dell’uomo che scenda da una macchina all’improvviso e cerchi di abusare di una donna di passaggio, o il caso del ladro che si intrufoli in una casa nottetempo e consumi la violenza nei confronti della padrona.
La chiamano rape culture (cultura dello stupro). Non è un fenomeno solo thailandese, ma ricorrente anche in altri Paesi del Sud-Est asiatico.
E’ un aspetto talmente radicato nella cultura locale che non esiste telenovela thailandese senza episodi di bplum. Molte relazioni sentimentali tra i personaggi iniziano dopo episodi di sesso forzato, nella fiction così come nel mondo reale.
Nella cultura thai se un uomo costringe una donna ad avere un rapporto sessuale significa che ne prova un’attrazione irresistibile. Il processo mentale che si scatena nella donna è il seguente: «Se lo sta facendo significa  che gli piaccio tanto»; in questo caso una “brava ragazza” non potrà rifiutarsi, sarebbe una grave scortesia opporsi con la forza a una persona che le sta dimostrando “immenso amore”. Viceversa se la vittima è convinta di essere una “cattiva ragazza” (perché ritiene che nella sua vita non si sia comportata sempre bene) accetterà l’aggressione come una forma di punizione. E’ il karma negativo: «Mi sta punendo perché me lo merito». Tutto ciò può sembrare folle ma è tremendamente reale. In questo rapporto antinomico tra processi mentali per la donna non c’è comunque salvezza: se è “brava” non può rifiutarsi, se è “cattiva” se lo merita.
In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne appena conclusasi, a Bangkok si è tenuta una mostra dal titolo Till It Happens to You (“Finché non capiterà a te”) al fine di sensibilizzare il pubblico su un aspetto della cultura thai che qualcuno comincia a percepire come penalizzante nei confronti della donna che, comunque vadano le cose, è considerata l’unica responsabile di ciò che le accade.

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