La casa di Jim Thompson, il suo oscuro passato

La casa di Jim Thompson, il suo oscuro passato

Nel cuore di Bangkok, a due passi da una fermata della metro fuori terra, c’è una casa che è diventata museo. Figlio di un commerciante di stoffe, Jim Thompson fu ufficiale della US Army e collezionista d’arte. Poi scomparve, nel nulla.

Chi era Thompson

Statunitense, laureato in architettura all’università di Princeton, Jim Thompson nacque nel 1906 a Greenville, nello stato del Delaware. Dopo aver partecipato in qualità di ufficiale al secondo conflitto mondiale, di stanza a Bangkok, il suo amore per la Thailandia fu tale da fargli lasciare l’uniforme militare. Si trasferì nella capitale asiatica già dal 1946.

Le prime iniziative commerciali

Assieme ad altri investitori si dedicò al settore alberghiero, suo il progetto del The Oriental Hotel, un vecchio albergo restaurato e riportato agli antichi splendori. Due anni dopo lasciò la partnership per dedicarsi a tempo pieno al commercio della seta, affascinato dai colori vivaci e dal pregio delle stoffe thailandesi.

La seta

Grazie al trentennale impegno nel settore serico, Jim Thompson ebbe modo di farsi conoscere anche fuori dal Regno. La modalità di impiegare il personale era del tutto innovativa: le sarte non lavoravano in anonime fabbriche di periferia, ma da casa, coniugando il loro ruolo di madri con quello di lavoratrici. Grazie alla dedizione che Thompson profuse nel settore tessile e alle sue conoscenze nel settore, la seta thailandese approdò nelle capitali mondiali della moda: New York, Parigi, Milano e Londra.

La casa museo

Nel 1958 Jim Thompson iniziò a progettare la sua dimora: un complesso di sei case tradizionali in pregiato teak, che fece trasportare a Bangkok via fiume dalla vicina Ayutthaya, la vecchia capitale. Le palafitte, restaurate e inserite in un rigoglioso giardino di piante tropicali e stagni colmi di pesci, furono arredate con oggetti d’arte che lo stesso Thomson aveva raccolto nei suoi numerosi viaggi in tutta la Thailandia, acquistandoli da monaci e da privati cittadini.

La scomparsa

Jim Thompson scomparve misteriosamente durante un viaggio in Malesia, nel marzo del 1967. Ad alimentare il mistero che ruota attorno alla sua persona ha contribuito il suo passato da ufficiale dell’esercito statunitense assegnato all’Ufficio dei Servizi Strategici di Bangkok, ente precursore della CIA. Si racconta che, all’epoca della sua scomparsa, svolgesse ancora attività di spionaggio per conto di Washington. Dieci anni dopo la sua scomparsa, il tribunale di Bangkok ha affidato l’amministrazione del patrimonio Thompson a una fondazione che tuttora gestisce la casa-museo e che dà lavoro a almeno 30 persone.

Le mie impressioni

Visitare la casa-museo è un piacere. Anche se l’afa soffoca, nella dimora di Thompson si respira un’aria tenue. Forse è stato il giardino di piante tropicali, lo stagno di acqua fresca o semplicemente l’atmosfera, sobria e antica. La casa si visita in mezz’ora – detesto le visite interminabili fitte di parole, mi fanno assopire. La mia guida parlava un buon inglese, ha fornito informazioni complete senza appesantirle di dettagli. La Thompson House è uno scorcio di Bangkok che non esiste più, quella fatta di canali e barcaioli, di lampade a olio e giardini esuberanti, di staccionate di legno e palafitte sontuose. Raccomando una visita anche a chi, come me, non ha mai amato i musei. Chi ha comprato il mio ultimo libro già mi conosce; se non l’hai ancora fatto, dai un’occhiata qui.

Dove si trova

La Jim Thompson House Museum si trova a Bangkok, a due passi dalla fermata dello Skytrain Ratchathewi, in una traversa lontana dal baccano delle arterie cittadine. Il biglietto d’ingresso include la visita guidata. Non è possibile scattare foto all’interno delle stanze né visitarle autonomamente.
Maggiori info su Google maps, qui.

Mauro in Asia

Mi chiamo Mauro e sono capitato nel sud-est asiatico quasi per caso. Il Laos mi ha colpito a tal punto da scriverci un libro. Attualmente mi divido tra il settore turistico e quello della formazione, senza rinunciare alle mie passioni: viaggiare e raccontare. Con una penna, un cellulare e una tastiera.

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