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Lavorare clandestinamente in Thailandia

Lavorare clandestinamente in Thailandia

Sole, mare, estate tutto l’anno. Lavorare in infradito e maglietta, tra spiagge e locali della movida notturna. Niente male, vero?

La Thailandia è tra le mete preferite da chi sogna di lavorare quanto basta per vivere senza stress. Ogni anno migliaia di ragazzi scelgono la terra dei sorrisi per cambiare vita o soltanto per fare un’esperienza di lavoro all’estero. Qualcuno, più semplicemente, lavoricchia qualche ora al giorno per pagarsi le vacanze.

Scartoffie in bianco e nero, timbri inchiostrati di blu, code in uffici pubblici rappresentano il mondo che vorremmo lasciarci alle spalle, come se i tropici fossero il parco giochi dei nostri sogni e non un luogo geografico fatto di Paesi, confini, comunità e regole come qualsiasi altro.

Il caso di Thomas Tana è l’ultimo di una lunga serie di ragazzi finiti male, per aver scelto di lavorare clandestinamente in Thailandia. Il giovane neozelandese aveva scelto l’isola di Koh Phi Phi per realizzare il suo sogno: lavorare in un bar sulla spiaggia di un Paese tropicale. Purtroppo l’incauto Thomas non aveva considerato le ferree leggi thailandesi e il suo sogno è finito in una cella di 40 metri quadrati assieme a 120 persone tra ladri, clandestini e tossicodipendenti. In Thailandia il mestiere di barista – stipendiato o a titolo gratuito – è vietato agli stranieri. Non sappiamo se Thomas ne fosse al corrente, ma la legge non ammette ignoranza.

La storia di Thomas – per i più curiosi l’articolo è disponibile qui – è una delle tante che ogni giorno vedono coinvolti giovani occidentali. Istruttori di immersioni, addetti alla reception degli alberghi, baristi nei locali costieri della movida sono tutti mestieri vietati a chi non sia di nazionalità thailandese, ma sono anche i lavori che affascinano di più i giovani stranieri in fuga.

“Non c’è problema, qui la polizia non controlla, lo fanno tutti”, è la classica risposta dei datori di lavoro più spregiudicati per convincere il malcapitato di turno ad accettare l’offerta: vitto, alloggio, stipendio e il sogno di lavorare in un paradiso tropicale. Del resto un farang dietro il bancone aiuta a fare soldi, soprattutto se giovane, belloccio e con un ottimo inglese, fattori che, però, agli agenti dell’Immigration Bureau poco importano.

Quando gli agenti pizzicano un farang dietro al bancone – chiamati da uno spione prezzolato o durante uno dei controlli di routine – il malcapitato entra in un girone infernale dal quale è impossibile uscire indenni. Se è la prima volta che fa il furbo, il datore di lavoro se la caverà con una sanzione; per il farang, invece, le conseguenze saranno pesantissime.

In Thailandia per questo genere di reati è previsto l’arresto immediato e la detenzione fino al giorno del processo, a meno che il giudice non conceda al trasgressore il rilascio su cauzione, sempre che quest’ultimo conosca qualcuno disposto a pagarla e a patto che il giudice gliela conceda, cosa non facile quando si tratta di uno straniero, perché sussiste il pericolo di fuga.

Nella maggioranza dei casi il processo si conclude con una condanna alla prima udienza, stante la flagranza di reato.

La Thailandia abbonda di faciloni, sia tra i locali che tra gli espatriati. “Ma va!”, “Tutte cazzate!”, “Io l’ho sempre fatto e non mi hanno mai fatto niente”: molte persone credono che, siccome hanno sempre perpetrato un comportamento illecito senza mai essere scoperti, ciò significa che sia lecito.

La storia di Thomas è una delle tante. Prima di farvi ammaliare da proposte di lavoro da sogno, informatevi sulle leggi locali, sul regime dei visti e sul modo di operare delle autorità. La Thailandia è la terra dei sorrisi finché tutto va bene, l’inferno, a volte, può essere dietro l’angolo.

bottiglia alluminio ecologica

Il business dell’ecologia approda in Laos

L’ecologia, oggi, è un business. Un’impresa di Vientiane sta commercializzando una borraccia di alluminio con lo scopo di ridurre l’uso della plastica, un problema serio per il Paese che non ha un piano rifiuti e dove l’immondizia, talvolta, viene bruciata in giardino.

Il prezzo dell’oggetto è pari a 9,5 euro circa, una cifra che nessun laotiano può permettersi a meno di voler saltare quattro pasti. Per cosa, poi, non è chiaro. Dove si possa riempire il contenitore non si sa, visto che in città non ci sono distributori di acqua e la tap water non è potabile. Forse si potrebbe riempire a casa, prima di uscire, versandoci dentro l’acqua della bottiglia, di plastica, comprata al supermercato.

Sulla pagina facebook del produttore, a parte “like” e cuoricini di qualche laotiano che passa più tempo su facebook che a respirare, compaiono i commenti di qualche espatriato eco-entusiasta che chiede dove comprarla. Sono gli stessi che periodicamente vanno in riva al Mekong a raccogliere 100 metri di rifiuti per postare dozzine di foto su facebook condite con sorrisi e pollici all’insù. Due giorni dopo quei 100 metri di riva tornano a essere zeppi di bottiglie di birra, tovaglioli di carta, bottigliette di plastica e sacchetti vari.

Del resto, in un Paese dove manca completamente l’educazione civica e la scuola non insegna nulla, non c’è da aspettarsi altro.

Occhio a non farvi fregare, il mondo puro e immacolato, purtroppo, non esiste da nessuna parte. Ogni occasione è buona per far soldi.

cooperante rapita in Kenya

Cooperante rapita in Kenya: se un giorno rapissero me?

Silvia Costanzo Romano è sparita. La cooperante italiana rapita in Kenya aveva 23 anni e lavorava per conto di una onlus marchigiana. È stata rapita il 20 novembre 2018 – dicono – e di lei si sono perse le tracce da giorni.
Mentre sui social si sono scatenati i soliti leoni digitali, i frustrati reali e gli odiatori seriali, io mi sono posto una domanda: se un giorno venissi rapito, il “popolo della Rete” direbbe che me la sono cercata, che potevo fare l’insegnante in Italia o la guida turistica agli Uffizi anziché in Laos?

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