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Chicken Farm

Chicken farm, l’allevamento di esseri umani

Ricordano i pollai, ma sono veri e propri bordelli. «Ti porto nella fogna», il mio contatto locale conosce come raggiungere le chicken farm, gli allevamenti di esseri umani. E’ una sterrata di buche e fango priva di illuminazione pubblica che si dirama ai margini di Koh Khong, cittadina sul litorale cambogiano a soli otto chilometri dal confine con la Thailandia. Da ambo i lati della strada, sotto le pagode di bambù e paglia illuminate da lampadine a incandescenza colorate, una mezza dozzina di ragazze ammazzano il tempo chiacchierando tra loro. I giacigli, dietro le pagode, sono fatti di legno e materiali di recupero. Sono sia i loro alloggi che il luogo dove si appartano con i clienti.

Il pollaio umano

Il rumore del nostro due ruote sobbalza sulle buche del ciottolato, è il richiamo per le ragazze che si precipitano sul ciglio della strada per accaparrarsi due potenziali clienti. Il buio non aiuta, dobbiamo parcheggiare il motorino e spostarci sotto la fioca luce della lampadina per vedere i volti della disperazione.
La prima impressione va oltre lo squallore. Le ragazze provengono da ogni angolo della Cambogia, restano a Koh Khong giusto il tempo di rendersi conto che la speranza di far soldi facili finisce in una baracca malconcia di periferia. La mamasan – la donna che gestisce le ragazze, perché questo genere di locali è sempre gestito da una donna – garantisce vitto e alloggio alle ragazze in cambio di una percentuale sulla prestazione.
L’alloggio è un letto di legno e chiodi arrugginiti, con un materasso di lana avvolto da un lenzuolo sudicio. Le pareti delle stanze sono di legno compensato, le lampade al neon impastate di ragnatele e polvere accentuano lo squallore.

Arriva la polizia

Un fibroso uomo in divisa arresta il suo motorino davanti a noi. E’ la polizia. Il pensiero dura il tempo di un respiro, il tutore dell’ordine non è venuto qui per mettere fine al business, ma per intascare il prezzo del silenzio. Si paga in dollari, l’unica valuta accettata in Cambogia; alla valuta locale – il riel – non credono nemmeno le autorità di frontiera.

I prezzi

Short time 15 dollari, long time 25 sono i prezzi per noi occidentali, i falang, per i clienti locali i prezzi sono inferiori. Una decina di dollari per una mezzora d’amore da consumarsi sul posto. Le ragazze hanno fretta di concludere, dopo un rapido scambio di battute cominciano a spazientirsi. Annusano che non siamo lì per consumare, ma solo per curiosare.

Ripulire l’immagine della Cambogia

Secondo il mio contatto, un residente italiano di lungo corso, le autorità locali stanno cercando di ripulire l’immagine della Cambogia per attrarre investimenti esteri e incrementare il turismo. Per ostacolare il fenomeno della prostituzione hanno reso difficile l’accesso alle strade sulle quali si affacciano i locali malfamati. Niente illuminazione pubblica, niente asfalto: può non sembrare un granché, ma chi conosce l’Asia sa bene che una strada non asfaltata dopo un acquazzone è un fiume di fango impraticabile. Unitamente al buio pesto, le misure dissuasive sono più efficaci di quanto si immagini.

Il futuro di Apet

Di clienti stasera non se ne vedono, molte baracche sono chiuse. «C’è poco lavoro qui» secondo Apet, una ragazza di vent’anni dalla statura minuta, con una stellina adesiva argentata appiccicata alla sua tempia destra che dona al suo viso fresco e giovane un’aura di innocenza. Presto Apet lascerà Koh Khong per trasferirsi a Phom Penh a fare lo stesso lavoro, in condizioni meno squallide. O almeno così spera.
Le ragazze che lavorano nelle chicken farm hanno mediamente tra i venti e i venticinque anni, sono tutte cambogiane e sono libere di andarsene quando vogliono. «Io da qui me ne posso andare anche domani, ma se decido di smettere devo lasciare l’alloggio» e Apet non sa dove andare a dormire.
La mamasan in cambio del trenta percento sulla prestazione fornisce alle ragazze un letto per dormire e tre pasti quotidiani a base di riso, carne e verdure. Una baracca di legno, la campagna e un po’ di cibo: proprio come in un pollaio.

La locandina del ristorante indiano Hasan a Pakse (Laos)

India contro Laos: trovate le differenze

Non si tratta di un complicatissimo quiz da Settimana enigmistica, ma della realtà di un Paese che sta risalendo la china dello sviluppo senza un modello di successo da seguire.
India contro Laos: trovate le differenze. Il volantino di un ristorante indiano (a sinistra) e quello di un bar laotiano (a destra) affissi all’esterno di un Internet Point di Pakse (Laos). La forza delle immagini è inequivocabile.

La locandina del ristorante indiano Hasan a Pakse (Laos)

Il volantino dell’Hasan Restaurant non ha nulla di speciale: stampato su carta lucida, con una bella veste grafica, colori armoniosi, descrizione del locale e piantina per raggiungerlo. Tutto plastificato a regola d’arte.
«Che ci vuole?», vi sarete già chiesti. Nulla, se non siete mai stati in Laos.
Per il lao medio la comunicazione non è qualcosa che si mangia, quindi non è importante. Non è un problema di mancanza di mezzi per sostenere il costo di un volantino stampato ad arte, ma dell’incapacità di comprendere l’importanza della comunicazione e della pubblicità.
Stampato su carta comune con una vecchia stampante a getto, immagine poco significativa, parole piccole e disposte male che non catturano l’attenzione dell’avventore, il tutto consunto dal sole e dall’acqua: per un lao i due cartelli sono uguali.

Per conoscere altri aneddoti sulla cultura locale non perderti il mio libro, frutto di anni di soggiorno in Laos. Scherzi a parte, il mio non è una guida turistica, ma un libro che ti farà conoscere gli usi, i costumi e le tradizioni di uno dei Paesi meno conosciuti dell’Asia.

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