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Ubriaco dorme davanti a un a go-go bar di Pattaya (Thailandia)

Inutile incazzarsi, il ministro Poletti ha ragione

E’ una notizia di qualche settimana fa. Il ministro Poletti ha avuto parole poco tenere con gli italiani all’estero, sostenendo che molti di loro è meglio non averli tra i piedi e che in Italia non sono rimasti solo dei ‘pistola’.
Al contrario di molti espatriati, da italiano all’estero non mi sono sentito offeso, anzi. In fondo che ha detto di male il ministro? Pensando alla fauna expat locale trovo tutto ciò banalmente vero.

Scappati di casa, delinquenti, falliti, alcolizzati, drogati, nullafacenti, perdigiorno: il panorama degli espatriati che bazzicano nel Sud-Est asiatico, italiani e non, è sconfortante.
L’espatriato tipo che finisce a lavorare a Londra non è lo stesso che approda in Asia. A Londra se sei uno sfaccendato non trovi lavoro nemmeno come volontario; in Asia, considerato il basso costo della vita, il clima favorevole e la carenza di certi servizi, c’è posto per tutti. O almeno così qualcuno pensa, talvolta sbagliandosi di grosso.
Di camionisti che si improvvisano cuochi l’Asia è piena. In Italia non potrebbero nemmeno aprire una lavanderia a gettoni, qui si atteggiano a chef stellati. Bassi costi di investimento, poca burocrazia, poche regole: «Che ci vuole per aprire un ristorante? Sono italiano e so fare la carbonara». Ecco.

Stessa cosa per chi ha il vizio del fumo e dell’alcool. Quale posto migliore di Thailandia, Cambogia o Laos per vivere? Marijuana e birra a basso costo: il paradiso dello sbandato è servito.
Qualche anno fa incontrai un funzionario della nostra ambasciata di Bangkok. In attesa del nostro aereo facemmo una chiacchierata. A.F. conosceva bene le carceri thailandesi perché ci era dovuto andare per assistere i nostri connazionali che ci finivano dentro a vario titolo. «Non ce n’è uno normale» mi disse. E se lo diceva lui.

E’ notizia di ieri che due ragazzi italiani in vacanza a Krabi sono stati arrestati per aver strappato alcune bandiere thailandesi esposte su una strada pubblica. «Eravamo ubriachi» hanno detto davanti alle telecamere.
Purtroppo l’Asia di gente così ne è piena. Negli ultimi due anni la Thailandia ha reso sempre più stringenti i criteri per soggiornare nel Paese, sia che si tratti di turisti, che di espatriati. Troppi lavoratori clandestini, troppi sfaccendati, troppe persone che non si sa cosa facciano e come campino nella terra dei sorrisi. Il tempo delle porte aperte a tutto e tutti è finito.

Quando gli stranieri sono troppi, si selezionano quelli che vale la pena tenersi. E nei Paesi del Sud-Est asiatico il denaro è un parametro che ti apre un sacco di porte.

Traffico sui marciapiedi di Pattaya (Thailandia)

Turismo cinese: l’invasione è servita

Sono ovunque. Come soldatini obbedienti seguono la guida munita di bandierina rossa. Se lui si ferma, loro si fermano; se lui punta il dito verso destra, loro guardano a destra. Non c’è bisogno di chiamarli a raccolta, perché il turista cinese non si allontana dal gruppo, non fa domande e soprattutto non si lamenta. Il cinese è il turista ideale per ogni guida turistica. E l’invasione è servita.

Negli ultimi anni il turismo cinese in Laos e Thailandia è aumentato vertiginosamente. Si tratta di viaggi organizzati(ssimi) dove ogni momento della giornata è programmato nei minimi particolari: è il turismo di massa per eccellenza, la catena di montaggio della vacanza. I tour sono generalmente molto economici; per abbattere i costi i pacchetti prevedono gruppi di decine di persone e spostamenti in bus. Le mete predilette sono le montagne del Laos settentrionale (Luang Prabang e Vang Vieng) e le coste thailandesi (Pattaya e Phuket).

I tour sono rigorosamente all inclusive, il pernottamento solo in hotel gestiti da cinesi, i pasti (con menu concordato) in ristoranti di proprietà cinese, persino i negozi di souvenir in cui i turisti vengono portati sono cinesi. Il risultato è un modesto beneficio per le economie locali e una generalizzata antipatia nei confronti dei cinesi. «Da soli non comprano nemmeno una bottiglietta d’acqua» mi disse un giorno la receptionist di un hotel di Jomtien.

Il cinese in viaggio è una zecca ed è pure fastidioso. Immaginate una colonna di bus che accosta e riversa sul marciapiede una baraonda di duecento persone. Tu, piccolo ed insignificante viaggiatore solitario, non hai scampo, puoi solo battere in ritirata. E’ la legge della giungla. A volte capita di incontrali mentre passeggiano per strada, soprattutto di sera. Se la strada è pedonale, la occupano da parte a parte, come un corteo di manifestanti. Se camminano nella direzione opposta alla vostra vi dovrete rifugiare nell’androne di qualche edificio, se non volete farvi trascinare via come se foste in balia della corrente di un fiume in piena. Quando camminano intruppati dietro la  guida munita di bandierina colorata, più che turisti sembrano parrocchiani alla processione del quartiere.

Una volta vidi una colonna di turisti-soldato fermarsi davanti a un Seven Eleven (piccolo supermercato di quartiere ndr) in una località turistica thailandese. Mentre la guida entrò a comprare chissà cosa, loro rimasero incolonnati sulla strada, come soldati di un plotone in attesa di un ordine. Non mi dimenticherò mai una ragazza che, per guardarsi intorno, non si spostò di un metro, ma ruotò sulle ginocchia nemmeno fosse inchiodata a terra.
Abituato ad essere intruppato fin dalla tenera età, il cinese medio affronta ferie e lavoro nello stesso modo, rispettando il leader ed eseguendo i comandi.

In Laos il fenomeno del turismo cinese di massa è recente tanto quanto l’incazzatura che ha generato. Qualcuno ha cominciato a sparare col Kalashnikov ai bus con targa cinese, di notte. E i lao sono noti per il loro temperamento mite. Fatevi voi un’idea.

Lavoratrici al mercato di Luang Prabang

Quando fare del bene non fa bene

Elargire regali ai bambini dei villaggi più poveri può alterare i sottili equilibri delle comunità locali, fino a creare pesanti ripercussioni sociali

«Non regalate ai bambini vestiti e merendine, piuttosto dite ai turisti di comprare gli articoli che confezionano le loro mamme».
Il capovillaggio di Ban Hin Ngon è stato molto chiaro: non vuole creare generazioni di bambini mendicanti e ha dato istruzioni precise alle guide che portano i turisti in visita al suo villaggio.

Ban Hin Ngon è un agglomerato di baracche sulla strada che da Luang Prabang conduce a Vientiane, una delle tratte più turistiche del Laos. Essendo abitato da famiglie di etnia h’mong, molti tour prevedono una sosta a Hin Ngon. Con l’occasione di sgranchirsi le gambe, è possibile osservare da vicino gli h’mong, una delle minoranze etniche numericamente più consistenti in Laos.
Non sono pochi i turisti che, con la scusa della vacanza, ne approfittano per liberarsi del superfluo. Vestiti usati, quaderni, penne, biglie: tutto è buono da donare a chi non ha nulla. Più difficile è capire come mai qualcuno ostacoli tanta spontanea generosità.

Nelle realtà più povere del Laos tutti i componenti del nucleo familiare collaborano al sostentamento della famiglia. Se i più grandi vanno nei campi a raccogliere il riso, i più piccoli si occuperanno dei lavori meno pesanti, come raccogliere l’insalata o accudire l’ultimo nato. Così se la mamma confeziona grembiulini, portamonete e tovagliette, è ai bambini che compete la vendita.
A Ban Hin Ngon i più piccoli espongono la mercanzia su sgangherati tavolini di legno e cercano di piazzarla ai turisti che sfilano loro davanti cantilenando la frasetta: «Buy from me…» (compra da me). Così facendo i bambini imparano il valore della famiglia, del sacrificio e del lavoro.

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L’unico libro in lingua italiana che vi farà scoprire uno dei Paesi meno conosciuti dell’Asia.

Supponiamo che un folto gruppo di turisti scenda dal bus e cominci a distribuire giocattoli, vestiti, penne, matite, quaderni, biscotti e patatine. Presto i bambini penseranno che non vale la pena stare in piedi al sole a cantilenare Buy from me, perché la roba piove dal cielo, anzi dal bus. Se avanza qualcosa potranno venderla agli amichetti che non sono stati abbastanza veloci da raggiungere i turisti per primi.
Il generoso turista ha involontariamente insegnato ai bambini che lavorare non serve, che l’impegno è roba da stupidi e che il loro amichetto non è un compagno di giochi, ma una persona della quale approfittarsene. È così che si creano i mendicanti.
Non solo. In ogni villaggio c’è almeno un negozio che vende quello che i bambini hanno appena ricevuto gratis; così facendo il turista ha mandato sul lastrico anche la famiglia che lo gestisce, figli inclusi.

I bus che si fermano a Hin Ngon sono più di uno al giorno. Moltiplicateli per tutti i villaggi lungo le tratte turistiche, per almeno otto mesi l’anno.
Il tempo passa. Presto arriverà il giorno in cui quei bambini saranno cresciuti e, avvicinandosi al solito bus, si sentiranno dire: «Eh no, tu sei grande, questo lo diamo al tuo fratellino». Quei bambini, ormai adolescenti, a fine giornata avranno racimolato poco o nulla, ma avranno capito che il fratellino è una potenziale forma di guadagno e lo manderanno a mendicare al posto loro. E se di fratellini non ne hanno? Darsi ai furti, all’alcool o all’inedia a volte è l’unica soluzione se non si è abituati a lavorare fin da piccoli. Per le ragazze, la prostituzione nella città più vicina.
Non sempre fare del bene, fa bene.

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