Archivi categoria: Cambogia

Guesthouse. Piccola guida per scegliere al meglio.

Il tipico kit da guesthouse di livello modesto è composto da un rotolo di cartaigienica, due saponette e almeno un asciugamano - (c) foto Mauro Proni 2015

Il tipico kit da guesthouse di livello modesto è composto da un rotolo di cartaigienica, due saponette e almeno un asciugamano – (c) foto Mauro Proni 2015

Diverse per prezzi e offerte, le guesthouse asiatiche posono rivelarsi delle ottime scelte, ma occorre prestare attenzione ad alcuni dettagli per evitare brutte sorprese.

Letteralmente “casa per l’ospite” le guesthouse sono molto diffuse nel Sud-Est asiatico. Il livello di servizi ridotto e il modesto numero di camere rispetto agli hotel tradizionali consente di offrire sistemazioni a prezzi molto competitivi, ma scegliere superficialmente può essere fonte di brutte sorprese.
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ONG, quando la solidarietà diventa business

L’industria della carità, tutto quello che dovete sapere sul danaroso mondo della beneficienza.

Quando da giovane vedevo le immagini televisive dei gommoni di Greenpeace che attaccavano le baleniere giapponesi mi domandavo chi fornisse loro quei bolidi da decine di migliaia di dollari e chi avesse così tanto tempo libero per dedicarsi anima e corpo ad attaccare le baleniere anziché andare a lavorare. Materialista che ero.

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Cambogia. Dentro lo sterminio.

Un toccante viaggio attraverso i luoghi teatro del genocidio cambogiano.

Sono nato il 17 giugno del 1975, esattamente due mesi dopo la presa di Phnom Penh. Un pomeriggio di aprile i guerriglieri Khmer Rossi entrarono nella capitale della Cambogia dopo aver messo in fuga quello che rimaneva delle truppe del generale golpista Lon Nol.
Accadde di giovedì, e la fine ebbe inizio. La libertà a Phnom Penh finì lo stesso giorno in cui la capitale venne liberata. Nessuno sapeva chi fossero i leader dei guerriglieri Khmer Rossi e da quel fatidico diciassette aprile nessuno seppe più cosa stava accadendo in Cambogia. C’è chi parla di due milioni di morti, chi di tre, ma un dato numerico preciso non serve per descrivere la tragedia che il popolo khmer ebbe a sopportare per quattro lunghi anni.
«Segui la puzza dei morti e arriverai in Cambogia» disse un giorno un militare di confine thailandese al giornalista italiano Tiziano Terzani che chiedeva indicazioni sulla strada per raggiungere il confine tra i due paesi. Una scuola trasformata da luogo di educazione a teatro di atroci brutalità, caverne e campi agricoli adibiti a luoghi di morte: la S-21 e i Killing Field sono l’eredità del recente passato cambogiano, un atroce testimonianza delle brutalità commesse in nome di una folle ideologia.

Troppo a Est per essere vero. I funerali di re Sihanouk nella Phnom Penh liberata.

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Il palazzo reale di Phnom Penh – © Mauro Proni 2012

Nonostante il suo passato ondivago tra filoamericanismo e maoismo re Sihanouk rimane nel cuore del popolo khmer

Il 2 febbraio a Phnom Penh si sono celebrati i funerali di re Siahnouk, deceduto il 15 ottobre 2012 in Cina. No, non c’è nessun errore, si tratta di ben quattro mesi dopo il decesso. A bordo di una barca d’oro il feretro del re della Cambogia è stato trasportato all’interno del palazzo reale della capitale dove, alla presenza di parenti e serpenti vari, lo attendeva una giornata intera di celebrazioni in suo onore. A sfilare davanti al feretro per rendergli omaggio c’era anche lui, Hun Sen, l’inamovibile primo ministro cambogiano da oltre un ventennio al potere che, vista l’ottima cera, sembra ancora ben lontano dal voler mollare lo scranno.
L’evento trasmesso dalla televisione di Stato ha bloccato la capitale della Cambogia per ben tre giorni ed ha tenuto incollati al televisore migliaia di khmer, almeno quelli che hanno i soldi per permettersi sia l’apparecchio televisivo che la bolletta elettrica dato che in molte parti del Paese sono ancora moltissimi i nuclei abitati privi di fornitura elettrica. Leggi il resto di questa voce

Chicken Farm, l’allevamento di esseri umani

Una stanza di una Chicken Farm laotiana | foto Mauro Proni 2014

Una stanza di una Chicken Farm laotiana | foto Mauro Proni 2014

Un inchiesta sui bordelli di periferia cambogiani tra miseria e necessità di sopravvivere.

Le chiamano “chicken farm” (lett. “allevamento di polli”), forse perché ricordano i pollai, ma sono veri e propri bordelli di quart’ordine. “Ti porto nella fogna” mi dice la mia guida locale mentre ci avventuriamo lungo una strada sterrata tutta buche e fango priva di illuminazione pubblica, nell’estrema periferia di Koh Khong, cittadina costiera della Cambogia occidentale a soli otto chilometri dal confine con la Thailandia. Da ambo i lati della strada una mezza dozzina di baracche di legno davanti alle quali, sotto un riparo fatto di bambù e paglia, non più di quattro o cinque ragazze bivaccano in attesa di compagnia. Leggi il resto di questa voce

Aleap e l’infanzia venduta

Aleap aveva quattordici anni quando perse entrambi i genitori. Cominciò a lavorare in una fabbrica di Phnom Penh come operaia, ma i soldi non bastavano nemmeno per pagarsi l’affitto e due anni dopo si trasferì da una zia che viveva in una località turistica sul litorale cambogiano. Aleap aveva sedici anni quando venne obbligata dalla zia a prostituirsi.

Due anni dopo era maggiorenne, ma per lei quei diciotto anni tanto attesi dai ragazzi della sua età passarono inascoltati. L’agognata maggiore età che per molti ragazzi del mondo simboleggia l’indipendenza, l’autonomia decisionale e la possibilità di guidare una macchina per Aleap ebbe un sapore cattivo, quello di un materasso di gommapiuma di un bordello per giapponesi. Solo 200 dollari, tanto valevano i diciotto anni di Aleap quando la zia la vendette ad un’altra sfruttatrice.

Eppure fu proprio in mezzo a tutto quello sporco che Aleap colse un fiore. Come la ginestra sulle pendici del vulcano di leopardiana memoria all’età di ventuno anni la giovane Aleap conobbe un uomo che si innamorò di lei. Quell’uomo dovette pagare 2000 dollari per liberarla dalla schiavitù, ma grazie a quell’uomo oggi Aleap ha trentun anni, è sposata, ha una bambina e vive in una bella casa sul litorale cambogiano.

Questa è una delle tante storie che si sentono raccontare stando seduti ad un bar lungo il fiume, mentre le vite degli altri ti passano davanti con tutto il loro carico di dolore e sofferenza anche se a volte qualcuna di quelle storie a volte ha un lieto fine che mi piace raccontare.