Laos

la lenta ripresa dopo il lockdown

La lenta ripresa dopo il lockdown

Qualche giorno fa la Cambogia ha annunciato in pompa magna la riapertura dei confini; in Thailandia se ne è discusso pochi giorni fa; il Laos è stato più cauto.

Cosa c’è di vero in tutto questo?

Dietro ai titoloni in grassetto e ai sorrisi smaglianti delle foto acchiappaclick si nasconde una situazione che è ancora lontana dal definirsi positiva.

La Cambogia ha annunciato la riapertura con alcune limitazioni. Per entrare nel Regno occorre essere in possesso di un certificato Covid negativo non più vecchio di 72 ore e un’assicurazione sanitaria con massimale non inferiore a 50.000 USD, che copra i costi di ricovero anche in caso di contagio dal famigerato virus.

A parte il costo della polizza (che secondo alcune fonti è assai elevato), è difficile immaginare di poter trovare un volo disponibile in sole 72 ore. Sono pochi i Paesi che hanno voli diretti sulla Cambogia e, nel caso di volo che preveda uno scalo, la disciplina del Paese di transito complicherebbe la faccenda. E il prezzo? E’ noto che sotto data il costo dei biglietti è sempre più elevato.

Ammesso e non concesso che riusciate a raggiungere Phnom Penh, all’arrivo sarete sottoposti a un tampone e non potrete lasciare l’aeroporto fino all’esito del test.

Ma il bello viene ora.

Anche se sarete negativi al Covid, è sufficiente che un solo passeggero del vostro stesso volo sia positivo al tampone per essere caricati su un bus e trasferiti presso una struttura governativa dove trascorrere la quarantena obbligatoria di 14 giorni.

Se non vi è ancora passata la voglia di viaggiare, continuate a leggere.

Con il decreto del 28 maggio, la Thailandia ha annunciato la riapertura dei confini dal 1 luglio 2020 con analoghe limitazioni, richiedendo una polizza sanitaria a copertura “covid19” non inferiore a 100.000 USD.

Ora tenetevi forte.

Anche in caso di tampone negativo, all’arrivo in Thailandia sarete accompagnati presso una struttura governativa dove dovrete passare 14 giorni in regime di quarantena. A spese vostre!

Non è dato sapere dove sarete accompagnati, anche se è difficile immaginare che si tratti di un resort con piscina; più probabilmente si tratterà di un capannone dismesso o una ex caserma. Non è nemmeno chiaro l’importo giornaliero dovuto, quale tipo di alloggio vi verrà assegnato e con quali facililties.

Dichiarazioni ufficiali a parte, il messaggio suona piuttosto come un invito ad andare altrove.

Il piccolo Laos ha mostrato maggiore saggezza ribadendo la chiusura dei confini e annunciando la riapertura, dal 1 giugno 2020, di scuole, stadi, mercati notturni, escludendo solo discoteche e karaoke bar. Dopo il 30 giugno? Si vedrà.

A conti fatti, siamo all’inizio di un nuovo periodo di incertezza. Mentre il polverone si va alzando, lungi dal vedere la luce, rischiamo di trovarci sull’orlo di un disastro economico, almeno per quanto riguarda il turismo e il settore dei trasporti aerei.

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Il mio primo impatto con il sud-est asiatico risale al 2010, e fu devastante.
Due anni dopo ci tornai per un lungo viaggio a cavallo di sei Paesi. Doveva essere solo un’esperienza rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso.
Quei sei mesi cambiarono la mia vita.

bambini h'mong

H’mong, i lao delle montagne

L’etnia di minoranza H’mong è presente in Laos dalla seconda metà del ‘800. Provenienti dalla Cina meridionale e dal Vietnam, sono altrimenti detti lao suung – letteralmente “lao alti” -, ovvero “lao delle montagne”, poiché le comunità h’mong sono stabilite prevalentemente nelle aree montuose.

I h’mong laotiani rappresentano il 8% circa della popolazione e sono la seconda minoranza etnica più cospicua del Paese, preceduti solo dai khmu, i lao delle zone collinari.

I h’mong sono divisi in clan in base all’antenato maschio e si possono sposare solo tra tra clan diversi. Le donne sono generalmente dedite alla tessitura, al ricamo e all’agricoltura, attività che praticano con la collaborazione della prole.

Il lavoro fin dalla tenera età è un elemento essenziale alla sopravvivenza delle comunità, garantendo un apporto insostituibile al mantenimento del nucleo famigliare.

I h’mong si sposano molto giovani. E’ raro raggiungere la maggiore età senza aver ancora contratto matrimonio: una ragazza di 18 anni senza marito è considerata già vecchia per l’unione coniugale.

Capita che i più giovani, per nulla attratti da una prospettiva di vita tra una casa di legno e il duro lavoro nei campi, decidano di spostarsi in città, per lavorare nella ristorazione, nell’hospitality e nei servizi alla persona. Sono scelte che possono segnare per sempre il futuro di un h’mong, uomo o donna che sia, in quanto il passare degli anni potrebbe pregiudicare definitivamente la possibilità di trovare un partner.

I h’mong costruiscono case di legno a sezione rettangolare, con assi piantate a terra. La stanza da letto è sita sempre alla sinistra dell’ingresso. Il pavimento, di terra battuta, ospita gli utensili per cucinare, un televisore a tubo catodico e qualche sedia.

Lo strumento musicale tradizionale è il kaen, un organo a bocca a forma di “L”. Si usa per invocare gli spiriti in occasione delle nascite, dei matrimoni e dei funerali, ma non va mai suonato in casa perché potrebbe attirare gli spiriti malvagi.

La visita ai villaggi h’mong fa parte dei miei tour che includono il Laos settentrionale.
Consulta le mie proposte di viaggio e fatti ispirare.
Tra poco sarà di nuovo possibile tornare a viaggiare.

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Lo sticky rice: il riso che appiccica

Un riso particolare

Il riso è l’alimento su cui si basa la cucina asiatica. Nei mercati se ne trovano di diverse qualità, ma c’è un particolare tipo di riso che si presta a fraintendimenti: lo sticky rice.

Viene servito in canestri di bambù e, a un primo sguardo, non si può fare a meno di notare la sua estrema appiccicosità, dovuta alla presenza di elevate quantità di amidi.

Si usa accompagnarlo a piatti di carne o pesce ricchi di intingoli brodosi ed è considerato un vero e propio sostituto del pane.

Oltre ad essere immangiabile con la forchetta, lo sticky rice è anche inadatto a una dieta povera di carboidrati.

Come si mangia

Escludendo qualsiasi posata – i chicchi tendono a incollarsi l’un l’altro formando una specie di pastone – non c’è alternativa all’uso delle mani. Gli asiatici usano prendere una piccola porzione di riso con le dita, la appallottolano e la intingono nel sugo; è una pratica simile alla “scarpetta” nostrana, che noi italiani usiamo fare con il pane.
Il termine sticky rice – “riso colloso”, in inglese – viene talvolta tradotto in “riso glutinoso”, portando il lettore meno esperto a conclusioni del tutto errate.

Un problema di traduzione

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, il termine inglese glutinous non significa “glutinoso”, bensì “appiccicoso”. Si tratta di un false friend, ovvero di una parola che, per ortografia o omofonia, assomiglia a una parola di un’altra lingua, ma ne differisce per significato.
E’ noto che il riso non contiene glutine ed è difficile immaginare che un alimento non particolarmente prelibato venga arricchito di glutine per chissà quale arcana ragione.

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