Laos

Lavoratrici al mercato di Luang Prabang

Quando fare del bene non fa bene

Elargire regali ai bambini dei villaggi più poveri può alterare i sottili equilibri delle comunità locali, fino a creare pesanti ripercussioni sociali

«Non regalate ai bambini vestiti e merendine, piuttosto dite ai turisti di comprare gli articoli che confezionano le loro mamme».
Il capovillaggio di Ban Hin Ngon è stato molto chiaro: non vuole creare generazioni di bambini mendicanti e ha dato istruzioni precise alle guide che portano i turisti in visita al suo villaggio.

Ban Hin Ngon è un agglomerato di baracche sulla strada che da Luang Prabang conduce a Vientiane, una delle tratte più turistiche del Laos. Essendo abitato da famiglie di etnia h’mong, molti tour prevedono una sosta a Hin Ngon. Con l’occasione di sgranchirsi le gambe, è possibile osservare da vicino gli h’mong, una delle minoranze etniche numericamente più consistenti in Laos.
Non sono pochi i turisti che, con la scusa della vacanza, ne approfittano per liberarsi del superfluo. Vestiti usati, quaderni, penne, biglie: tutto è buono da donare a chi non ha nulla. Più difficile è capire come mai qualcuno ostacoli tanta spontanea generosità.

Nelle realtà più povere del Laos tutti i componenti del nucleo familiare collaborano al sostentamento della famiglia. Se i più grandi vanno nei campi a raccogliere il riso, i più piccoli si occuperanno dei lavori meno pesanti, come raccogliere l’insalata o accudire l’ultimo nato. Così se la mamma confeziona grembiulini, portamonete e tovagliette, è ai bambini che compete la vendita.
A Ban Hin Ngon i più piccoli espongono la mercanzia su sgangherati tavolini di legno e cercano di piazzarla ai turisti che sfilano loro davanti cantilenando la frasetta: «Buy from me…» (compra da me). Così facendo i bambini imparano il valore della famiglia, del sacrificio e del lavoro.

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Supponiamo che un folto gruppo di turisti scenda dal bus e cominci a distribuire giocattoli, vestiti, penne, matite, quaderni, biscotti e patatine. Presto i bambini penseranno che non vale la pena stare in piedi al sole a cantilenare Buy from me, perché la roba piove dal cielo, anzi dal bus. Se avanza qualcosa potranno venderla agli amichetti che non sono stati abbastanza veloci da raggiungere i turisti per primi.
Il generoso turista ha involontariamente insegnato ai bambini che lavorare non serve, che l’impegno è roba da stupidi e che il loro amichetto non è un compagno di giochi, ma una persona della quale approfittarsene. È così che si creano i mendicanti.
Non solo. In ogni villaggio c’è almeno un negozio che vende quello che i bambini hanno appena ricevuto gratis; così facendo il turista ha mandato sul lastrico anche la famiglia che lo gestisce, figli inclusi.

I bus che si fermano a Hin Ngon sono più di uno al giorno. Moltiplicateli per tutti i villaggi lungo le tratte turistiche, per almeno otto mesi l’anno.
Il tempo passa. Presto arriverà il giorno in cui quei bambini saranno cresciuti e, avvicinandosi al solito bus, si sentiranno dire: «Eh no, tu sei grande, questo lo diamo al tuo fratellino». Quei bambini, ormai adolescenti, a fine giornata avranno racimolato poco o nulla, ma avranno capito che il fratellino è una potenziale forma di guadagno e lo manderanno a mendicare al posto loro. E se di fratellini non ne hanno? Darsi ai furti, all’alcool o all’inedia a volte è l’unica soluzione se non si è abituati a lavorare fin da piccoli. Per le ragazze, la prostituzione nella città più vicina.
Non sempre fare del bene, fa bene.

bivio di Phou Khoun, una delle zone a rischio

Sicurezza in Laos: le ultime novità

Ultimamente in Laos si sono verificati episodi di aggressione armata a danno di turisti che hanno messo in allarme gli operatori del settore e le ambasciate.

I recenti episodi di aggressione armata a danno di alcune comitive di turisti sulla Road 13, la tratta più turistica del Paese hanno destato preoccupazione non solo tra le ambasciate operanti in Laos, ma anche tra gli operatori del settore turistico.

I fatti

Nel novembre 2015 nella provincia di Xaisomboun tre soldati laotiani sono rimasti uccisi in un conflitto a fuoco con alcuni banditi. Solo dopo la morte di un motociclista e il ferimento di un altro, nel mese di dicembre dello scorso anno, le autorità laotiane hanno istituito il coprifuoco in alcuni distretti della provincia di Xaisomboun. Non essendo una zona turistica gli accaduti non hanno destato particolare allarme e sono stati relegati nell’ambito dei problemi di sicurezza interna.

La mappa delle zone a rischio
La mappa delle zone a rischio diffusa dall’ambasciata degli Stati Uniti di Vientiane (Clicca per ingrandire).

E’ solo con l’attacco ad un autobus occorso il 14 gennaio 2016 nel distretto di Kasi (provincia di Vientiane) che l’allarme si è esteso anche ad operatori turistici e ambasciate, essendo stati coinvolti alcuni turisti, seppur senza spargimento di sangue. Il 23 marzo scorso un nuovo episodio di attacco armato si è verificato sempre lungo la Road 13, nel tratto di strada tra Kasi e il bivio di Phou Khoun, con un bilancio di un morto e sei turisti feriti.

I due attacchi lungo la Road 13 sono stati simili per modalità: ignoti, nottetempo, hanno esploso colpi di arma da fuoco all’indirizzo di alcuni bus in transito.

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Le misure degli USA

A seguito dell’ultimo episodio l’ambasciata americana di Vientiane, con Travel Alert del 31 marzo 2016, ha proibito al personale di servizio di recarsi nelle zone a rischio ed ha raccomandato particolare attenzione ai turisti americani che intendano percorrere la Road 13 nella tratta dal Km 220 al Km 270, tra Luang Prabang e Vientiane (vedi mappa sopra).

Chi sono le vittime

Gli attacchi armati lungo la Road 13 si sono verificati a danno di autobus cinesi (facilmente identificabili dalla livrea e dalla targa) che trasportavano turisti cinesi, facendo ipotizzare che le ragioni delle aggressioni siano da ricercare nelle relazioni tra comunità locali e cinesi. Nessun turista di altre nazionalità è finora stato coinvolto.

Gli investimenti cinesi

Negli ultimi anni la Cina ha intensificato gli investimenti in Laos, non solo nell’idroelettrico, ma anche nel settore immobiliare e nelle monocolture. Questi fenomeni hanno spesso comportato la delocalizzazione di interi villaggi senza riversare particolari benefici sulle comunità coinvolte.

Il caffè del Bolaven

Robusta e Arabica: le gemme dell’altopiano del Bolaven

Introdotto dai coloni francesi all’inizio del Novecento, il caffè dell’altopiano del Bolaven è il prodotto nazionale laotiano più conosciuto all’estero.

Le prime piante di caffè giunsero in Laos all’inizio del Novecento. Furono i coloni francesi a capire prima di tutti che il clima dell’altopiano del Bolaven sarebbe stato ideale per questo tipo di colture.

Una zona ideale

Racchiuso tra le province di Champasak, Attapeau e Sekong, il Bolaven si erge su un’area vulcanica inattiva ad un’altitudine compresa tra i 1000 metri e i 1350 metri di altezza. Le proprietà del suolo e il clima rendono la zona ideale per la coltivazione del caffè, che necessita di condizioni particolari per crescere: «Se c’è troppo sole i semi non crescono, se c’è troppa acqua pure, se c’è troppa ombra anche: ci vuole un po’ di tutto ma non troppo» precisa Mr Imphoon, un ex agente di borsa franco-laotiano in pensione che sul Bolaven coltiva tè, caffè e che ha un sacco di idee per la testa.

Chicchi di caffè
Chicchi di caffè appena terminato il processo di lavaggio – © foto Mauro Proni 2016

Un lavoro pagato poco

La raccolta e la lavorazione del caffè è un’arte. Sfortunatamente è anche un lavoro pagato poco, ragion per cui la manovalanza è prevalentemente quella delle minoranze etniche della zona: Alak, Katu, Lawe, Laven.

Arabica e Robusta

La pianta di Arabica è più bassa di quella di Robusta, ragion per cui la raccolta è più facile, non necessitando di attrezzi per raggiungere i rami e raccoglierne i chicchi, come invece è necessario per il Robusta. Le piantine di caffè vengono fatte crescere in piccoli sacchetti fino a quando non raggiungono l’altezza di 20-30 centimetri; successivamente vengono piantate in un terreno di coltura, a debita distanza l’una dall’altra onde evitarne il soffocamento.

Per l’Arabica la distanza di piantumazione può raggiungere anche i 5 metri in quanto l’arbusto tende a svilupparsi in larghezza, più che in altezza; nulla a che vedere con il Robusta, il cui fusto può raggiungere anche i 5 metri.
Mentre il caffè Arabica matura in 7-8 mesi, per raccogliere i chicchi di Robusta occorre attendere almeno 9-11 mesi. Il mese migliore per la raccolta della qualità Arabica è quello di ottobre, febbraio per il Robusta.
I chicchi raccolti in questi mesi ottengono la classificazione “A”, la migliore, mentre le raccolte effettuate in altri periodi dell’anno saranno inevitabilmente di qualità inferiore, ma avranno anche prezzi di mercato più bassi.

Le bacche

Alla raccolta le bacche di caffè assomigliano a bacche selvatiche, nulla a che vedere con il chicco di caffè tostato del nostro immaginario collettivo.

Tra il chicco e il suo involucro esterno dal colore rosso c’è uno strato gelatinoso dal gusto aspro, molto lontano dal sapore del chicco tostato, ma non per questo sgradevole al palato, almeno per quelli che, come me, amano i sapori un po’ aciduli e pungenti.

chicco di Arabica
Un chicco di Arabica – © foto Mauro Proni 2016

La lavorazione

Il metodo lavorazione del caffè utilizzato per Arabica è quello  a umido. Le bacche vengono lavate ed asciugate più volte onde consentire dapprima la selezione di quelle bacate da quelli sane – il chicco bacato resta a galla se immerso in acqua, mentre quello buono affonda – e il distaccamento dei due involucri, quello esterno e quello mucillaginoso interno. L’essiccazione al sole è una fase fondamentale che precede l’insaccamento; se tutti i chicchi non sono perfettamente secchi marciranno e faranno marcire anche quelli sani a contatto.

Qualche indirizzo utile

Il gruppo Dao Heuang è il colosso lao-vietnamita del caffè prodotto sull’altopiano del Bolaven che da qualche tempo ha esteso il suo business anche al settore del tè, acqua minerale e cibo preconfezionato.
Per chi invece è interessato a unire il piacere di un buon caffè alla pace dei paesaggi di montagna, il marchio Sinouk è senz’altro una garanzia.

Mr Sinouk è un businessman franco-laotiano ritornato in Laos dopo una vita passata oltralpe. Il suo Sinouk Coffee Resort è sito a 80 chilometri da Pakse, sulla strada per Attapeu. Presso il Resort non è solo possibile degustare le selezioni di caffè prodotte nei suoi poderi, ma anche rilassarsi immergendosi nella pace della natura circostante. Escursioni alla scoperta delle minoranze etniche del Bolaven, visita alle cascate, ai mercati locali e alle piantagioni di tè e caffè completano l’offerta del Sinouk Coffe Resort.

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