Laos

Matrimonio buddhista, il quadro all'ingresso

Il matrimonio buddhista: antiche tradizioni e moderne fregature

C’è chi li chiama party planner, chi wedding designer, chi più semplicemente “organizzatori di eventi”: comunque li vogliate chiamare si tratta di vere e proprie imprese commerciali che vendono di tutto: dalla Cresima del nipotino alla festa di laurea, dall’inaugurazione del nuovo locale cool per gente trendy alla festa di chiusura della campagna elettorale, anche se il vero core business di queste imprese sono e restano i matrimoni.
Basta pagare e te li organizzano come vuoi: da quello classico in chiesa con pranzo e orchestrina a quello in mezzo alla natura, magari su una spiaggia tropicale o in una chiesetta fatta di ghiaccio nel cuore della Lapponia con tanto di slitta e cani per raggiungerla.
Accanto a queste – i più tradizionalisti le definirebbero delle emerite str… anezze – da qualche tempo i party planners hanno cominciato ad offrire la possibilità di celebrare il “giorno più bello” secondo riti tipici di talune località esotiche. Il matrimonio buddhista rientra tra questi.

Il quadro

Il Buddhismo è suddiviso in diverse correnti ciascuna delle quali con specificità sue proprie dovute ai maestri che si sono fatti interpreti della tradizione e alle realtà sociali e ai riti animistici con i quali il Buddhismo si è dovuto confrontare una volta diffusosi fuori dei confini dell’India. Tutto ciò ha determinato la diffusione di riti, pratiche e simbologie diverse non solo da corrente a corrente, ma anche da Paese a Paese. Parlare genericamente di “matrimonio buddhista” è un po’ come riferirsi al calcio definendolo “lo sport dove si usa la palla”.
Il matrimonio inteso come sacramento religioso è una peculiarità della Cristianità, pensare che il rapporto di coniugio sia sempre e ovunque un evento religioso può indurre in errore.
Per dare un’idea della questione senza scadere nelle generalizzazioni, mi limiterò a parlarvi del matrimonio che si celebra in Laos, un Paese buddhista di corrente Theravada, scusandomi fin da ora con coloro che, arrivati a leggere fin qui, si aspettavano di sentirsi raccontare in dieci righe come si celebra il “matrimonio buddhista”.

Banchetto nuziale lao - Il matrimonio buddhista
Rito di benvenuto ad un banchetto nuziale presso la città di Paksé, Laos meridionale | © Mauro Proni 2013

Il matrimonio in Laos

Il matrimonio tradizionale lao (e il suo omologo thailandese) con il Buddhismo non c’entra nulla, poiché trattasi di una cerimonia che affonda le sue radici nell’animismo delle origini. In Laos, la cerimonia del ba sii (il rito del buon auspicio) non è celebrata né da un ufficiale di stato civile né da un monaco, ma da un moo (“sciamano”, ma anche “medico” in lingua lao) che benedice la futura coppia con un rito atto ad allontanare gli spiriti cattivi e a richiedere la protezione dei trentadue khuan, gli spiriti buoni.
Con un uovo sodo e un pezzetto di carne di pollo nella mano sinistra e la destra distesa con il palmo rivolto verso l’alto, gli sposi siedono davanti allo sciamano che recita la formula per invocare l’assistenza dei khuan. Terminata questa fase il celebrante legherà un nastrino di cotone attorno al polso destro di ciascuno degli sposi, assicurando con ciò la protezione esterna da parte degli spiriti buoni. Successivamente, ingerendo l’uovo e il pollo, gli sposi usufruiranno anche della loro protezione interna.
La cerimonia del ba sii è la stessa che si tiene per celebrare il fidanzamento ufficiale, la nascita di un figlio, l’inizio dei lavori di costruzione di una casa, la benedizione di un malato cronico ed ogni altro evento che richieda la protezione di esseri ultraterreni.
Con il rito del ba sii la coppia è di fatto sposata; la regolarizzazione del matrimonio di diritto è compito del nay baan (il capovillaggio) che annoterà sui suoi registri il matrimonio, autorizzando così la neonata coppia alla coabitazione (in Laos la convivenza more uxorio non è consentita).

I festeggiamenti

Il banchetto nuziale può essere celebrato lo stesso giorno o anche a distanza di giorni, persino di settimane, ma sempre dopo e non prima del ba sii. In campagna si usa allestirlo nel cortile della casa della sposa. Musica, birra e karaoke sono gli ingredienti base, così come il  tendone di plastica per proteggere gli ospiti da sole e pioggia. In città, se le case sono sprovviste di ampi cortili, si può fare tutto in strada e, se proprio gli ospiti sono tanti, non è affatto infrequente impegnare la strada pubblica con tavoli e sedie, transennandola da lato a lato per bloccarne l’accesso ai veicoli. Per i più facoltosi ci sono edifici preposti ai banchetti nuziali. Non si tratta di ristoranti, ma di locali a noleggio. Il catering e il servizio sono a cura degli sposi che possono usufruire di fornitori specifici o beneficiare della generosità dei parenti.
Le celebrazioni durano qualche ora e la musica in questi casi è assordante. Palco con musica dal vivo, impianti audio, composizioni floreali, numero di invitati e quantità di portate dipendono da quanto si vuole spendere, o meglio, da quanto lo sposo può spendere visto che i relativi costi sono tutti a suo carico.

L’invito

Anche in Laos per partecipare a un matrimonio occorre aver ricevuto le partecipazioni (la classica busta con l’invito dentro) che va resa prima di far ingresso nell’area del banchetto unitamente all’offerta in denaro che costituisce il regalo di nozze. Liste nozze e luna di miele non appartengono alla cultura locale.
All’ingresso dell’area del banchetto nuziale gli sposi e i relativi genitori disposti in parata accolgono gli invitati offrendo loro un minuscolo bicchierino di whisky da bere tutto d’un colpo. Il bicchierino è uno solo per tutti, perché il matrimonio è un momento di socialità e in questi casi chiedere un bicchiere pulito perché all’ospite fa schifo posare le labbra dove lo hanno fatto decine di altri perfetti sconosciuti è una richiesta che non sarebbe compresa.

Mangiare e andarsene

In tutto questo c’è però un lato positivo, almeno per coloro che detestano passare ore seduti attorno a un tavolo in attesa delle pietanze. Al banchetto nuziale lao le pietanze sono già presenti sul tavolo, coperte da una pellicola trasparente per preservarne la freschezza. Ci si accomoda, si scarta, si mangia e ci si allontana. A meno che non siate parenti stretti o amici di vecchia data degli sposi, trattenersi ad un tavolo troppo a lungo è inopportuno: darete l’impressione che siete venuti al banchetto per abbuffarvi.

Delusi?

Forse sì, ma purtroppo le semplificazioni non sempre corrispondono alla realtà. D’ora in poi se un party planner o come si chiama cercherà di vendervi il “matrimonio buddhista”, sappiate che state comprando un prodotto. Stupite il vostro interlocutore chiedendogli secondo quale corrente buddhista organizzerà il vostro matrimonio e chi è l’autorità che lo celebrerà. Quanti sciamani conoscete in Italia? Ci metterete un secondo a capire se sa di cosa parla o se sta cercando di vendervi il videoregistratore con il mattone dentro.

Efficacia in Italia

Il “matrimonio buddhista”, a differenza del matrimonio concordatario (quello religioso), non è riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico. Quindi, se deciderete di sposarvi “all’orientale”, dovrete comunque celebrare il matrimonio secondo il rito civile, in ambasciata o in municipio, come prevede la legge italiana.

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Baraccopoli: alloggio per studenti

La baraccopoli degli studenti: il volto della disperazione

Le condizioni di vita degli studenti universitari di una cittadina del Laos meridionale nel conflitto tra speranza e necessità.

Pakse, Laos meridionale, un agglomerato di edifici raffazzonati di provincia. La passeggiata poco prima del tramonto sul ponte giapponese è il volto della normalità di una città che guarda al futuro, in sella a uno sviluppo lento e disordinato. Due chilometri di marciapiede frequentatissimi dagli amanti della corsetta serale e dalle coppiette alle prime uscite.
Il sole che cala colora il Mekong di tinte calde, il fiume è immenso, le proporzioni impalpabili. Minuscole figure si agitano a pelo d’acqua, sono i pescatori che prendono il largo con le loro barchette.
La magia dell’Asia è fatta anche di cose semplici: un fiume, il tramonto, i colori e il rumore sordo dei passi che accompagna la fine del giorno.
Pakse ha anche un altro volto, meno romantico ma non meno reale: è quello degradato della baraccopoli degli studenti universitari alle spalle del Teacher Training College, la facoltà dove si forma il corpo docente del Paese.
Una fogna a cielo aperto scorre tra una moltitudine di baracche in carton gesso in cui convivono un centinaio di studenti. Sono ovunque, abbarbicate l’una sull’altra nel più classico dei disordini asiatici. Dieci metri quadrati di povertà più una turca fuori terra a far da bagno ospitano due, tre, anche quattro persone. All’esterno pattume, degrado, terra e qualche gatto in cerca di un boccone dimenticato.

interno di una baracca - La baraccopoli degli studenti
Interno di uno degli alloggi per studenti di Ban Nun Doo | © foto Mauro Proni 2013

Le strade sono ciottolati di fango e sassi, illuminati dalle fioche luci al neon che filtrano dalle finestre degli alloggi. Si paga l’equivalente di 10 euro al mese per vivere nella miseria.
Qua e là, estemporanei SUV giapponesi si fanno largo a passo d’uomo tra le fronde delle piante che fanno capolino sui i viottoli. A bordo, eleganti signori con il portafoglio pieno vengono a comprare un po’ di disperazione.
Alcuni studenti della baraccopoli di Ban Nun Doo si prostituiscono per pagarsi gli studi, l’affitto, un piatto di riso, la ricarica del telefonino. Ragazzi e ragazze, la miseria non è sessista. Acquisire un diploma da insegnante significa ottenere un impiego pubblico e per raggiungere l’obiettivo molti di loro sono disposti a tutto.
«Ti piacciono i gatti? Vuoi un gatto? Ti faccio un buon prezzo», esclama un ragazzo non appena mi vede chinato ad accarezzare uno dei tanti mici che scorrazzano qua e là alla ricerca di un po’ di caritatevole umanità. Chi non vende sé stesso cerca di campare come può, vendendo quello che gli passa sotto il naso.

Nella baraccopoli di Baan Nun Doo si formano gli insegnanti di domani. Anche tra i cumuli di miseria l’ospitalità asiatica non tarda a manifestarsi.
«Ehi, farang, hai già mangiato? Vieni a mangiare con noi», esclama una ragazza sull’uscio della porta. Mi accomodo sulla cerata a quadretti che fa da pavimento. Nella baracca convivono due ragazze e un ragazzo. Fuori, la curiosità cresce. Qui uno straniero non s’è mai visto, il quartiere frequentato dai turisti è lontano e non c’è trasporto pubblico per arrivare a Ban Nun Doo.
In Laos si usa mangiare per terra e non resta che adeguarsi. Nell’alloggio, oltre a un letto che sta in piedi con la colla e i chiodi arrugginiti, c’è poco altro. Un’asta per gli abiti, un minuscolo tavolino e un pannello elettrico autocostruito: sembra che per vivere non serva altro.
Il mio francese annebbiato dal tempo mi è d’aiuto per farmi capire, il mio lao raffazzonato gli dà una mano. Nella mezzora che ho passato in compagnia dei tre ragazzi, i loro volti non hanno mai smesso di sorridere.

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Nel 2012 lasciai l’Italia.

Doveva essere solo un viaggio rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso.

Mercato laotiano

Gli odori e i colori dei mercati del Laos sono unici

Il Dao Vieng Market è il tipico mercato laotiano. Nei mercati locali olezzi, immondizia e cibo esposto al sole convivono insieme come in una macabra danza. Per fare gli acquisti migliori bisogna andarci all’alba, quando la temperatura non ha ancora imbrunito le carni e appassito le verdure. I prezzi migliori si spuntano verso l’orario di chiusura, quando le massaie ribassano i prezzi pur di disfarsi dell’invenduto. Gli odori e i colori dei mercati laotiani sono unici.

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