Laos

La bicicletta elettrica identica a quella rubata

Cercare la Svezia in Laos e non trovarla: la storia di Dan

Da dirigente del settore risorse umane dell’Ikea a manager della Federazione Calcistica Laotiana. Dan, sessantenne svedese, vive in Laos da quattro anni. Pur guadagnando un ottimo stipendio, vantando un passaporto diplomatico e conoscenze importanti, alla domanda: «Ti piace vivere qui?», la sua risposta è un secco no.

Dan ha recentemente subito il furto di una delle sue biciclette elettriche e, per tale motivo, è andato su tutte le furie prendendosela con coloro che, secondo lui e il contratto d’affitto che invoca più volte, dovevano occuparsi della sorveglianza dell’area condominiale.
Dato che la bicicletta era parcheggiata all’interno del cortile condominiale e il lucchetto a chiusura del cancello è stato trovato intatto, Dan è certo che siano stati gli stessi addetti alla sorveglianza a far accederei ladri al cortile.

Basta dare un’occhiata all’area del crimine per rendersi conto che non ci vuole un ladro del calibro di Arsenio Lupin per recidere il cavo a spirale che legava la bicicletta a uno dei pali (lo stesso che ora assicura l’altra bicicletta di Dan) e ancor meno sforzo per sollevare il mezzo e passarlo oltre la cancellata alta appena un metro. Ma forse Dan non se ne è accorto.

La bicicletta di Dan
Il cavo metallico a spirale con il quale Dan assicura tuttora la sua seconda bicicletta elettrica, identico a quello che era applicato al veicolo rubato.

«Questa è una pessima zona, sono tutti imparentati, sanno di sicuro chi ha rubato la mia bicicletta» tuona Dan. «Ora me ne vado in un’altra zona ad abitare dove il livello della gente è diverso e non consentirebbero mai di aprire un bar a fianco di un condominio o di parcheggiare le auto davanti al cancello di ingresso. Hai visto in giro? Qui ci sono quarantenni che vanno a spasso con ragazze ventenni. Non è normale».

Chi scrive abita nello stesso edificio in cui abita Dan e oggi è la prima volta che ha il piacere di parlarci assieme dato che, quando è capitato di incontrarci nel cortile mi aveva sempre evitato.

Forse il nostro premiato dirigente pensava di trovare la precisione svedese nel piccolo Paese asiatico stretto tra Thailandia e Vietnam, ma non l’ha trovata. E per questo non se la passa affatto bene.

Dan è una di quelle persone che si è trasferito in Laos solo per scopi professionali, trascurando il gap culturale che separa un Paese moderno come la Svezia dal Laos, uno dei Paesi più poveri del mondo, dove oltre il 80% della popolazione è dedita all’agricoltura, il tasso di analfabetismo raggiunge picchi del 85% nelle aree più remote e dove la maggior parte della popolazione ha un livello di scolarizzazione che non va oltre la nostra terza media.

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L’unico libro in lingua italiana che vi farà scoprire il Laos, uno dei Paesi meno conosciuti dell’Asia.

In quasi tre anni di soggiorno in Asia mi è capitato di incontrare di tutto: la turista svizzera che si lamentava perché il bus che aveva prenotato per raggiungere Champasak non era esattamente quello della foto sul volantino; il tedesco che questionava con una ex contadina sul cambio dollaro-kip, su un isoletta in mezzo al Mekong; la backpacker francese che era venuta a Pakse a farsi rifare i denti all’ospedale perché costava meno che in Francia; la psicologa americana che era venuta a spiegarci come motivare i bambini lao attraverso l’arte e che dopo ben otto giorni scappò disperata.

Quello che non capisco è perché Dan, nonostante il furto della prima bicicletta, non voglia cambiare il cavo metallico con il quale ora assicura la seconda bicicletta e nemmeno voglia accettare la mia proposta di condividere l’acquisto di un nuovo lucchetto da applicare al cancello. «Non è compito nostro, ma loro», sentenzia Dan.

Dimenticavo. Il chiassoso bar di cui Dan si lamenta è una birreria belga di recente apertura. Il locale chiude alle undici. Visto il costo delle birre i clienti sono sempre pochi, silenziosi e danarosi, gli stessi con cui Dan avrà probabilmente il privilegio avere come vicini nella sua nuova casa.
Auguri Dan.

ONG e business - studenti diretti a scuola

ONG, la solidarietà che diventa business

Quando da giovane vedevo le immagini televisive dei gommoni di Greenpeace che attaccavano le baleniere giapponesi mi domandavo chi fornisse loro quei bolidi da decine di migliaia di dollari e chi avesse così tanto tempo libero per dedicarsi anima e corpo ad attaccare le baleniere anziché andare a lavorare. Ero un povero materialista.

Kompong Cham, Cambogia. Un’imponente villa spicca tra gli edifici raffazzonati di mattoni e cemento. Da una finestra svolazza lo striscione di Save the Children. Chi ha pagato la bella villa? I generosi donatori o qualche facoltoso cambogiano? Era il 2012.
“Le ONG a Sianoukville hanno alterato il mercato immobiliare facendo schizzare i prezzi alle stelle” mi disse Mauro, una guida turistica italiana residente in Cambogia.

L’alterazione del mercato immobiliare

Quando mi trasferii a Vientiane – vivo in Laos per chi non lo sapesse -, rimasi sorpreso nel rilevare gli elevatissimi prezzi delle case, i contratti si stipulavano annualmente e l’affitto si pagava anticipato: dodici mesi tutti e subito. Mi si accese una lampadina.
I primi espatriati a mettere piede nella capitale del Laos sono stati i dipendenti delle Nazioni Unite, delle ambasciate e delle ONG, le “organizzazioni non governative”.
Le ONG che operano nei Paesi del Terzo Mondo impiegano decine di migliaia di operatori che non vivono nelle baracche, ma in case dotate di ogni comfort; godono di stipendi di tutto rispetto, assistenza sanitaria, veicolo a disposizione e una serie di altri benefit.
Per un proprietario immobiliare la ONG è un buon cliente: stipula contratti d’affitto lunghi (pari alla durata del progetto da avviare nel Paese di destinazione) e paga tutto e subito.
I proprietari immobiliari sono stati abituati bene. A Vientiane, che tu sia un dirigente di una ONG o un modesto insegnante, il contratto è di un anno e l’affitto lo paghi tutto anticipato.

copertina libro Furlanetto

Il libro di Valentina Furlanetto

L’industria della carità è una raccolta di testimonianze di persone che per le ONG hanno lavorato e ne sono uscite schifate, dopo aver visto fiumi di denaro sparire in mille rivoli.
Veniamo ai casi concreti. Greenpeace non fa più nulla a parte azioni dimostrative per far parlare di sé attraverso qualche giornalista compiacente e distribuisce stipendi ai suoi manager per nulla diversi da quelli di un dirigente di una multinazionale. Un paio di dirigenti di Greenpeace, all’indomani di un’iniziativa volta a boicottare un campo dove si sperimentavano gli OGM, pochi anni dopo sono finiti a lavorare niente meno che per Monsanto, il colosso degli OGM.
Save the Children è la ONG più ricca del pianeta, raccoglie milioni di dollari che spende in costi di struttura (come la villa di cui sopra) e marketing. Quello che resta – poco – va ai bambini.
L’italianissima Fondazione Veronesi non pubblica i bilanci e nemmeno li invia ai donatori che ne fanno richiesta. “Non è obbligatorio per legge” hanno risposto gli incaricati interpellati all’autrice del libro che ne aveva chiesto copia. Pubblicare i bilanci di una ONLUS per la legge italiana non è obbligatorio. Se un donatore vuole sapere come vengono spesi i suoi soldi, se per la ricerca sul cancro o per mantenere la Fondazione stessa, non resta che rimettersi alla buona volontà della ONLUS stessa.

Dove finiscono i nostri soldi

Il libro di Valentina Furlanetto aiuta a capire dove finiscono i soldi del 8 per mille, che fine ha fatto l’euro che avete inviato tramite SMS per aiutare i terremotati di Haiti, i soldi che avete speso per comprare l’azalea o per le arance anticancro e dove vanno a finire i vestiti dismessi che imbucate nei cassoni delle parrocchie.
Ne ho messi di indumenti in quei bidoni metallici! Ho smesso quando sono venuto a conoscenza che i dirigenti di Humana, una ONG danese attiva nella raccolta di indumenti usati, sono ricercati per truffa e l’attività dell’Organizzazione in alcuni Paesi europei è stata vietata. In Italia non ancora.
Nel Belpaese capita che la raccolta degli indumenti usati sia gestita dalla criminalità organizzata che rivende sul mercato dell’usato i capi firmati ancora in buono stato e alle fabbriche tessili cinesi i capi invendibili. Dei soldi ricavati poco si sa. Qualcosa in Africa in passato ci è arrivato, almeno quanto basta per far crollare i prezzi dell’abbigliamento e far chiudere interi stabilimenti di produzione.
E’ il meraviglioso mondo della solidarietà.

Matrimonio buddhista, il quadro all'ingresso

Il matrimonio buddhista: antiche tradizioni e moderne fregature

C’è chi li chiama party planner, chi wedding designer, chi più semplicemente “organizzatori di eventi”: comunque li vogliate chiamare si tratta di vere e proprie imprese commerciali che vendono di tutto: dalla Cresima del nipotino alla festa di laurea, dall’inaugurazione del nuovo locale cool per gente trendy alla festa di chiusura della campagna elettorale, anche se il vero core business di queste imprese sono e restano i matrimoni.
Basta pagare e te li organizzano come vuoi: da quello classico in chiesa con pranzo e orchestrina a quello in mezzo alla natura, magari su una spiaggia tropicale o in una chiesetta fatta di ghiaccio nel cuore della Lapponia con tanto di slitta e cani per raggiungerla.
Accanto a queste – i più tradizionalisti le definirebbero delle emerite str… anezze – da qualche tempo i party planners hanno cominciato ad offrire la possibilità di celebrare il “giorno più bello” secondo riti tipici di talune località esotiche. Il matrimonio buddhista rientra tra questi.

Il quadro

Il Buddhismo è suddiviso in diverse correnti ciascuna delle quali con specificità sue proprie dovute ai maestri che si sono fatti interpreti della tradizione e alle realtà sociali e ai riti animistici con i quali il Buddhismo si è dovuto confrontare una volta diffusosi fuori dei confini dell’India. Tutto ciò ha determinato la diffusione di riti, pratiche e simbologie diverse non solo da corrente a corrente, ma anche da Paese a Paese. Parlare genericamente di “matrimonio buddhista” è un po’ come riferirsi al calcio definendolo “lo sport dove si usa la palla”.
Il matrimonio inteso come sacramento religioso è una peculiarità della Cristianità, pensare che il rapporto di coniugio sia sempre e ovunque un evento religioso può indurre in errore.
Per dare un’idea della questione senza scadere nelle generalizzazioni, mi limiterò a parlarvi del matrimonio che si celebra in Laos, un Paese buddhista di corrente Theravada, scusandomi fin da ora con coloro che, arrivati a leggere fin qui, si aspettavano di sentirsi raccontare in dieci righe come si celebra il “matrimonio buddhista”.

Banchetto nuziale lao - Il matrimonio buddhista
Rito di benvenuto ad un banchetto nuziale presso la città di Paksé, Laos meridionale | © Mauro Proni 2013

Il matrimonio in Laos

Il matrimonio tradizionale lao (e il suo omologo thailandese) con il Buddhismo non c’entra nulla, poiché trattasi di una cerimonia che affonda le sue radici nell’animismo delle origini. In Laos, la cerimonia del ba sii (il rito del buon auspicio) non è celebrata né da un ufficiale di stato civile né da un monaco, ma da un moo (“sciamano”, ma anche “medico” in lingua lao) che benedice la futura coppia con un rito atto ad allontanare gli spiriti cattivi e a richiedere la protezione dei trentadue khuan, gli spiriti buoni.
Con un uovo sodo e un pezzetto di carne di pollo nella mano sinistra e la destra distesa con il palmo rivolto verso l’alto, gli sposi siedono davanti allo sciamano che recita la formula per invocare l’assistenza dei khuan. Terminata questa fase il celebrante legherà un nastrino di cotone attorno al polso destro di ciascuno degli sposi, assicurando con ciò la protezione esterna da parte degli spiriti buoni. Successivamente, ingerendo l’uovo e il pollo, gli sposi usufruiranno anche della loro protezione interna.
La cerimonia del ba sii è la stessa che si tiene per celebrare il fidanzamento ufficiale, la nascita di un figlio, l’inizio dei lavori di costruzione di una casa, la benedizione di un malato cronico ed ogni altro evento che richieda la protezione di esseri ultraterreni.
Con il rito del ba sii la coppia è di fatto sposata; la regolarizzazione del matrimonio di diritto è compito del nay baan (il capovillaggio) che annoterà sui suoi registri il matrimonio, autorizzando così la neonata coppia alla coabitazione (in Laos la convivenza more uxorio non è consentita).

I festeggiamenti

Il banchetto nuziale può essere celebrato lo stesso giorno o anche a distanza di giorni, persino di settimane, ma sempre dopo e non prima del ba sii. In campagna si usa allestirlo nel cortile della casa della sposa. Musica, birra e karaoke sono gli ingredienti base, così come il  tendone di plastica per proteggere gli ospiti da sole e pioggia. In città, se le case sono sprovviste di ampi cortili, si può fare tutto in strada e, se proprio gli ospiti sono tanti, non è affatto infrequente impegnare la strada pubblica con tavoli e sedie, transennandola da lato a lato per bloccarne l’accesso ai veicoli. Per i più facoltosi ci sono edifici preposti ai banchetti nuziali. Non si tratta di ristoranti, ma di locali a noleggio. Il catering e il servizio sono a cura degli sposi che possono usufruire di fornitori specifici o beneficiare della generosità dei parenti.
Le celebrazioni durano qualche ora e la musica in questi casi è assordante. Palco con musica dal vivo, impianti audio, composizioni floreali, numero di invitati e quantità di portate dipendono da quanto si vuole spendere, o meglio, da quanto lo sposo può spendere visto che i relativi costi sono tutti a suo carico.

L’invito

Anche in Laos per partecipare a un matrimonio occorre aver ricevuto le partecipazioni (la classica busta con l’invito dentro) che va resa prima di far ingresso nell’area del banchetto unitamente all’offerta in denaro che costituisce il regalo di nozze. Liste nozze e luna di miele non appartengono alla cultura locale.
All’ingresso dell’area del banchetto nuziale gli sposi e i relativi genitori disposti in parata accolgono gli invitati offrendo loro un minuscolo bicchierino di whisky da bere tutto d’un colpo. Il bicchierino è uno solo per tutti, perché il matrimonio è un momento di socialità e in questi casi chiedere un bicchiere pulito perché all’ospite fa schifo posare le labbra dove lo hanno fatto decine di altri perfetti sconosciuti è una richiesta che non sarebbe compresa.

Mangiare e andarsene

In tutto questo c’è però un lato positivo, almeno per coloro che detestano passare ore seduti attorno a un tavolo in attesa delle pietanze. Al banchetto nuziale lao le pietanze sono già presenti sul tavolo, coperte da una pellicola trasparente per preservarne la freschezza. Ci si accomoda, si scarta, si mangia e ci si allontana. A meno che non siate parenti stretti o amici di vecchia data degli sposi, trattenersi ad un tavolo troppo a lungo è inopportuno: darete l’impressione che siete venuti al banchetto per abbuffarvi.

Delusi?

Forse sì, ma purtroppo le semplificazioni non sempre corrispondono alla realtà. D’ora in poi se un party planner o come si chiama cercherà di vendervi il “matrimonio buddhista”, sappiate che state comprando un prodotto. Stupite il vostro interlocutore chiedendogli secondo quale corrente buddhista organizzerà il vostro matrimonio e chi è l’autorità che lo celebrerà. Quanti sciamani conoscete in Italia? Ci metterete un secondo a capire se sa di cosa parla o se sta cercando di vendervi il videoregistratore con il mattone dentro.

Efficacia in Italia

Il “matrimonio buddhista”, a differenza del matrimonio concordatario (quello religioso), non è riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico. Quindi, se deciderete di sposarvi “all’orientale”, dovrete comunque celebrare il matrimonio secondo il rito civile, in ambasciata o in municipio, come prevede la legge italiana.

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