Laos

Pakse, gioventù locale

Prime impressioni da espatriato in Laos

Il Laos è la mia nuova casa. Mi sono trasferito da qualche settimana. Le prime impressioni da espatriato in Laos sono ancora incerte, abbozzate. Non so da che parte cominciare e temo di cominciare dalla parte sbagliata, di forzare le tappe, come se per forza debba dire qualcosa.

Calma.

Non è facile vivere in un Paese lontano diecimila chilometri da casa, tra persone che non parlano la tua lingua, che mettono il peperoncino in ogni pietanza, che non usano le posate, che la birra la bevono solo col ghiaccio e che dormono per terra.

In Laos qualsiasi contatto fisico, anche una semplice stretta di mano, è inteso come un gesto intimo; le ragazze nemmeno abbracciano i loro fidanzati. Coabitare con una ragazza locale? E’ vietato.

I prodotti artigianali costano molto meno di quelli industriali: i primi sono fabbricati sul posto, con materiali che mette a disposizione la natura o con articoli riciclati, mentre i secondi vengono importati dai Paesi limitrofi. E i dazi sono salati.

Trovare un serpente sull’uscio della porta non è cosa rara, ma per proteggere la casa  basta che fare l’offerta allo spirito buono.

I bambini non hanno nemmeno un giocattolo, ma sorridono sempre e non piangono mai. Proprio mai.

È per tutti questi motivi che non penso minimamente a tornare indietro, almeno per ora.

Mi sono trasferito in Laos dopo un viaggio lungo sei mesi a cavallo di sei Paesi. Doveva essere solo una vacanza e invece finii per scavare dentro me stesso.

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Nel 2012 lasciai l’Italia.

Doveva essere solo un viaggio rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso.

Don Ko e il tempo si fermò

Don Ko e il tempo si fermò

Un lodigiano in Oriente [capitolo sesto]

In mezzo al fiume Mekong, a pochi chilometri da Pakse, c’è un isolotto raggiungibile con strette e lunghe barche dal porticciolo di Ban Saphai, uno di quei porti senza molo, senza biglietteria e senza clienti.

Sono lontani gli anni in cui i coloni francesi ormeggiavano a Don Ko con le loro motovedette. Oggi, a Don Ko, è rimasto solo un tempio buddhista, una scuola e una baracca che vende bibite e ricariche per cellulari. Un lungo e polveroso sentiero costeggia l’argine alto del fiume sul quale si affacciano le abitazioni dei pescatori. A Don Ko vivono non più di duecento anime. Le donne confezionano abiti di seta con le loro abili mani che scorrono veloci sui telai meccanici, gli uomini tessono le reti da pesca. Questa è Don Ko, la porta di un altro mondo.

Il barcaiolo mi scarica sull’argine basso del fiume. Nel cortile del tempio un gruppo di uomini armeggia con seghe e martelli.

«Vuoi un alloggio? – mi chiede un tale – sono 30.000 kip per dormire e 20.000 per mangiare». L’uomo deve avermi letto nel pensiero, oppure ha solamente notato il mio grosso zaino sulle spalle e ha tirato le somme. «Segui lui», aggiunge indicandomi un bambino con un mazzolino di fiori in mano. Kung mi prende per mano e, in silenzio, ci incamminiamo lungo un polveroso sentiero.

Dal cortile dell’ultima casa, là dove il sentiero finisce, una donna con una bambina in braccio mi dà il benvenuto un po’ a gesti, un po’ in lao. Kung, la mia piccola guida, dà un fiorellino alla sua mamma, uno alla sua sorellina e uno a me; poi mi riprende la mano e mi porta al piano superiore della sua casa, una modesta e malconcia palafitta. Il mio alloggio per questa notte è una baracca di legno senza luce e senza finestra, con un materasso adagiato per terra. Il bagno, in giardino, è un bugigattolo in cemento con un coperchio di lamiera a far da tetto, senza luce e senz’acqua corrente. «Per lavarsi c’è il fiume» dice la donna.

Il Mekong è lì, oltre le dune di sabbia bianchissima. L’acqua è tiepida e la corrente impercettibile. Guardando la costa di Don Ko, immerso fino al collo nelle tiepide e placide acque del fiume, non riesco a pensare a nulla. È una sensazione strana, raramente non penso a nulla. Sono stato abituato ad avere sempre qualcosa da fare, a pensare al futuro, al domani a programmare il dopo, ma qui, nelle acque del grande fiume, non riesco a pensare ad alcunché. E’ il Mekong che vince la battaglia. Mi avvolge con le sue placide acque e congela i miei pensieri. Forse a Don Ko non serve pensare al futuro. Mi domando solo se un italiano di trentasei anni, nativo lodigiano, milanese d’adozione, possa vivere con i pescatori di un’isoletta di duecento anime nel mezzo del Mekong, a oltre diecimila chilometri da casa, anche solo per una notte.

Resto una buona mezz’ora a farmi cullare dalle acque. La mamma di Kung mi ha preparato un piatto di riso bollito, qualche pesce di fiume e due banane. Per lavarmi i denti scendo all’argine del fiume, di nuovo. Non è comodo, ma l’alternativa è il catino dell’acqua piovana sotto il tetto. Il fiume, ha qualcosa di magico, di magnetico, Il Mekong  mi chiama fin da stamane.

Nel cortile di una casa divampa una festa. Un uomo visibilmente alticcio mi porge una birra, mentre una bambina mi bagna con il suo fucile ad acqua, come vuole la tradizione in questi giorni di festa. Sono i giorni del Songkran, il capodanno buddhista, l’unica vera festa dell’anno alla quale i lao non possono rinunciare.

Sul sentiero una processione di persone avanza cantando e ballando al ritmo della musica che esce da una cassa coricata su una carriola. Un uomo con una bandana in testa e una birra in mano mi invita a seguire la carovana. Nel cortile del tempio, tra i bambini che corrono e i ragazzi che chiacchierano, un monaco mi chiede il permesso di versarmi un secchio d’acqua sulla schiena, in segno di buon auspicio.

A Don Ko, oltre al tempio, alla scuola, alle case, alle vacche, alle galline non c’è nient’altro, ma gli abitanti di Don Ko sembrano non avere bisogno d’altro per essere felici. Li guardo cantare spensierati mentre camminano a piedi nudi lungo il sentiero. Qualcun altro sarebbe già scappato solo al pensiero di dover dormire in una baracca, mangiare riso bianco e pesci di fiume, senza avere Internet, senza la televisione, passando il pomeriggio a guardare un gruppo di ubriachi che saltellano in un prato. Forse anch’io qualche anno fa sarei scappato. Immobile, incollato nel giardino del tempio come la statua di Garibaldi al suo basamento li osservo. Tutti sorridono, tutti sono felici, felici di non avere niente o di avere tutto quello che basta per esserlo.

Questa notte non sarò l’unico ospite della famiglia di Mister Khaloum. Lisa, una ragazza francese di ventisette anni che lavora in Giappone, ha scelto il Laos per una vacanza di un paio di settimane. Mentre siamo intenti a presentarci irrompe Mister Khaloum. L’uomo ci saluta frettolosamente e ci invita a seguirlo verso il fiume. Senza porci domande, io e Lisa prendiamo il nostro corredo da bagno e lo seguiamo fino alla riva del fiume. A bordo di una barca lunga e stretta lasciamo la riva. Lavarsi in mezzo al Mekong non è come fare il bagno nella vasca di casa, ma in fondo l’operazione non è difficile, è solo un po’ scomoda. Nelle realtà isolate, la giornata inizia e finisce sempre in riva al fiume.

Il gallo squarcia il silenzio del mattino con i suoi versi gracchianti e una flebile luce penetra fra le fessure delle assi di legno della mia stanza. Il fiume è là, oltre la fila degli alberi che riparano il sentiero dai raggi del sole. Un timido sole filtra all’orizzonte facendosi largo tra le nuvole del mattino, mentre io, in mezzo al Mekong, assisto al lento risveglio dell’isola. Qualche cane abbaia, qualche barca a motore solca il fiume rompendo per un attimo il naturale silenzio dell’alba.

Lisa dorme ancora quando mi incammino verso il tempio. Già fervono i preparativi per la grande festa. Gruppi di persone affluiscono alla pagoda della preghiera. Le ragazze indossano la sinh – la gonna tradizionale laotiana –, camicia di seta e scialle, capi filati dalle abili mani delle loro madri. Il clima è quello delle grandi occasioni. Il capo villaggio si appresta a fare il discorso alla comunità; un tale munito di videocamera, non appena mi vede, mi invita ad accomodarmi nella pagoda destinata alla preghiera, insieme a tutti gli altri.

Un gruppo di bambini scende verso il fiume con barchette di bambù piene di riso, frutta e qualche merendina confezionata. Sono i doni per gli spiriti del Mekong che i bambini affideranno alla corrente, in segno di buon auspicio per il nuovo anno.

Lisa prepara la sua valigia, la moglie di Mister Khaloum la colazione: riso, larb e verdure. Mostro al piccolo Kung le fotografie che ho scattato sull’isola. Il piccolo osserva esterrefatto il display della mia fotocamera che proietta le immagini della sua isola, l’unica parte di mondo che Kung abbia mai visto.

Meno di 10 euro, a tanto ammonta il conto per aver passato due giorni su un’isola senz’acqua corrente, senza Internet, dove gli adulti non hanno la macchina, i bambini non hanno i giocattoli, ma dove vivono gli esseri più umani che abbia mai conosciuto.

La barca di Mister Khaloum solca silenziosa le acque del Mekong verso la terraferma. Don Ko è lì, dietro di noi, ferma e immobile. Il fiume scorre inesorabile. Il Mekong è la metafora del tempo che passa e che porta via con sé ricordi, emozioni, vite e morti, ma non l’isola di Don Ko, che è immune al divenire del tempo. Tutto passa, tutto si trasforma, tranne Don Ko, dove il tempo si è fermato.

E con Don Ko termina anche il mio viaggio, un viaggio in un mondo diverso, ma pur sempre possibile. Dipende solo da noi.

Fine

Questo racconto è un abbozzo di emozioni che hanno preso forma durante il mio viaggio di sei mesi nel sud-est asiatico. Era il 2012 quando ho lasciato l’Italia. Doveva essere solo una vacanza rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso. Nel 2019 i miei appunti, inchiostrati su un quaderno di scuola, sono diventati un libro.

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Nel 2012 lasciai l’Italia.

Doveva essere solo un viaggio rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso.

Per una fetta d'anguria e una granita all'arancia

Per una fetta d’anguria e una granita all’arancia

Un lodigiano in Oriente [capitolo quinto]

Casino, fumo e alcool: tutto quello che sogna un ragazzo di vent’anni. A Vang Vieng tutto è possibile: fumare oppio a prezzi irrisori, bere un litro di cocktail al prezzo di una mezza minerale, girare in costume da bagno per la città e scendere lungo il fiume con il salvagente sotto le chiappe, una cosa che piace tantissimo ad americani e australiani. Musica, birra e sballo: nulla è cambiato dall’ultima volta che venni qui. Vang Vieng è il parco di divertimenti del Laos, un Paese più chiuso nel suo passato che aperto verso il futuro.

I lao sono miti e tranquilli, si accontentano di poco e passano ore a riposarsi. Loro, la vita che fanno i farang a Vang Vieng, non la capiscono, ma danno al turista quello che chiede senza farsi contaminare dalle sue trasgressioni. I lao di Vang Vieng sembrano dire: «Se a voi piace tutto questo eccovi serviti, ma non chiedeteci di condividerlo con voi». Con questi presupposti può essere difficile stabilire contatti con gli autoctoni. L’immagine del turista medio che si sono fatti i locali – che è la stessa che mi sono fatto anch’io – è quella del ventenne che beve, fuma e scende il Song con le chiappe a mollo e una bottiglia di birra in mano. Per loro, i farang, sono tutti così.

Il Rock Bar è uno dei tanti discobar che si affacciano sul fiume Song. Davanti ad un televisore vecchio e sgangherato, sbracato su un materassino, un uomo sulla cinquantina mi saluta e cerca di propormi un’escursione: «Dove vai stamattina? Ti interessa un tour in moto? Alle dieci parto con due francesi e se vuoi ti puoi aggiungere» mi dice mentre sputa per terra. Il tipo non sembra affidabile, ma è al Rock Bar tutte le sere; dev’essere una specie di guardiano, di socio, di senzatetto o tutte e tre le cose insieme. Per persuadermi ad accettare la sua proposta mi mostra il programma dell’escursione che sta scritto su un cartello appeso alla parete esterna del suo cesso.

Keo tossisce spesso mentre parla, con il timbro rauco di chi fuma parecchio: «No, no, non sono le sigarette, è la marijuana, ma non fumo solo quella, fumo anche hashish e yaba» mi dice mentre sputa ancora per terra.

Il tour di un giorno costa 100.000 kip (meno di 10 euro). Incuriosito da tutta quell’approssimazione misto sudiciume accetto la proposta. Keo si porta dietro un bancone, tira fuori un brogliaccio di carta, sfoglia le pagine per trovarne una senza macchie di unto e comincia a scrivere: uno, due, tre, nome, età, hotel, puntini, puntini. Fa due scarabocchi – che nelle sue intenzioni sarebbero i nomi delle due francesi – poi mi passa la penna e mi chiede di inserire i miei dati. Dopo pochi minuti si parte. Senza le francesi.

La prima sosta è presso una scuola locale frequentata da bambini khmu, una delle minoranze etniche presenti in Laos. Le scuole laotiane sono tutte uguali: un edificio a piano terra con un corridoio esterno sul quale si affacciano le le porte di accesso alle aule. L’edificio è sempre bianco, le porte e le persiane quasi sempre azzurre. Nelle aule non c’è né luce né aria condizionata e il bagno è all’esterno.

È quasi mezzogiorno, i bambini escono per la pausa pranzo. Nelle loro uniformi bianche e blu salgono salgono sulle biciclette. I più grandi guidano, i più piccoli siedono sul seggiolino posteriore. Nelle campagne sono i fratelli e le sorelle maggiori che si occupano dei più piccoli. Non ci sono genitori a bordo di fiammanti automobili ad attendere i bambini all’uscita da scuola, ma solo grandi e sgangherate biciclette con il manubrio ricurvo.

Nuova sosta. Lungo la strada che porta verso la caverna di Phom Hom, una lunga fila di baracche di legno è l’ennesimo villaggio di campagna. Un anziano signore a petto nudo seduto sull’uscio di una capanna ci osserva entrare nel suo tugurio, con un’espressione triste e sconsolata. E’ un parente di Keo, la mia guida, vai a sapere chi sia. Nella baracca non c’è nulla a parte un tavolino, un armadio di legno raffazzonato e uno specchio scheggiato. Nella penombra dell’alloggio una ragazza allatta un infante.

«Sono poverissimi – dice Keo – il nonno confeziona scope di saggina fatte a mano e le vende ai passanti, mentre la nipote alleva due bambini. Hanno qualche gallina e un po’ di terra, nulla di più». Keo estrae dalla giacca un sacchetto di plastica. Da dietro una tenda, spunta la testa di una bambina vestita con la divisa della scuola. La piccola corre incontro a Keo con il sorriso spalancato, è eccitatissima, trema dalla gioia. Mew ha appena ricevuto un regalo da suo zio: una granita all’arancia e una fetta d’anguria.
Dietro a tanta apparente felicità c’è un lato molto triste. Mew è malata, ha spesso la febbre e di notte fa fatica a respirare. Il medico l’ha già visitata e le ha prescritto le medicine che la sua famiglia non ha i soldi per comprare. Sono momenti in cui pensi che non te ne puoi andare lasciandoti dietro la scia dell’indifferenza.

«Soldi è meglio non darne alla bambina, ma sulla strada del ritorno possiamo comprarle le medicine», dice Keo. Con questa promessa ci allontaniamo per proseguire il nostro viaggio.

Un’altra scuola, di studenti h’mong. Al suono  della campanella decine di studenti corrono verso l’uscita, tranne una. Immobile nel cortile della scuola una ragazza ci osserva tra il curioso e l’imbarazzato. Lei non va a casa né gioca a pallavolo insieme ai suoi compagni nel polveroso campetto della scuola. Il suo villaggio dista otto chilometri e non ha alcun mezzo di trasporto.

Phom Hom è una piscina di acqua calcarea che fuoriesce da una cavità nella montagna. Con il costume e il ciambellone mi lascio trasportare nella buia caverna cullato dalle acque. Ne valeva davvero la pena.
Come promesso alla piccola Mew, facciamo sosta all’ospedale pubblico per acquistare le medicine. Il Pathong Health Center, nelle intenzioni di chi l’ha costruito, è un presidio ambulatoriale locale, uno dei tanti presenti nelle zone più isolate. Le medicine per la piccola Mew ci sono; il prezzo è pari a 8 euro. A Milano, con quella cifra, ci farei un aperitivo a base di ghiaccio.
Nel cortile antistante la casa di Mew una ragazza appena adolescente culla un bambino. Di Mew non c’è traccia, probabilmente è sulle montagne a raccogliere la frutta. In Laos, dopo la scuola, i bambini non giocano alla Playstation né a fanno i compiti, vanno a caccia, a pesca o a raccogliere la frutta nella giungla.

Non rivedrò mai più la piccola Mew. Mi dispiace solo di non averle potuto consegnare di persona le medicine, avrei voluto vedere un’ultima volta il suo sorriso, spontaneo, sincero e gratuito. Non c’è altro da fare che lasciarle al nonno, seduto sull’uscio accanto alle scope di saggina.
Scende la sera e le strade extraurbane in Laos non sono illuminate.

Una fetta d’anguria e una granita all’arancia, due doni senza valore economico, ma per le persone povere, quelle che non hanno nulla di cui gioire, sono le cose semplici a stupire di più, le cose per cui vale la pena correre incontro a una persona ed emozionarsi scartando il pacchetto. Il sorriso di Mew al posto di un cocktail a base di ghiaccio è il miglior aperitivo della sera.

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Questo racconto è un abbozzo di emozioni che hanno preso forma durante il mio viaggio di sei mesi nel sud-est asiatico. Era il 2012 quando ho lasciato l’Italia. Doveva essere solo una vacanza rigenerante e invece finii per scavare dentro me stesso. Nel 2019 i miei appunti, inchiostrati su un quaderno di scuola, sono diventati un libro.

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