Laos

La cordialità dei lao fa la differenza

In Asia le persone fanno la differenza

«Perché hai deciso di trasferirti qui?» è la domanda più ricorrente che mi rivolgono i turisti che accompagno, ed è anche una delle più difficili alle quali rispondere.
Laos, uno dei Paesi più poveri dell’Asia, con un sistema sanitario pessimo, strade malconce, nessun welfare, elevata mortalità ed un alto tasso di corruzione.
Abbiamo trovato il pedofilo! Già, perché dopo questa descrizione per vivere in un Paese così o sei un pedofilo o non c’è ragione per starci un minuto di più. E invece no, qui ci sono anche alcool e droga a basso costo. Non ci facciamo mancare niente noi espatriati che «è meglio non avere in Italia», come disse il ministro Poletti. Ma questo tema è stato già trattato in un altro post.

Una bella giornata di sole

A parte chi ha scelto questa parte di mondo per soddisfare i sui vizi low cost, c’è anche chi l’ha fatto per altri motivi. Il clima ad esempio. Volete paragonare una bella giornata di sole ai grigi pomeriggi padani fatti di nebbia, freddo e quelle odiose goccioline sospese nell’aria che ti impastano la faccia?

Lavorare con calma

I ritmi sono più rilassati. Vivere in una città frenetica e circondati dai automi che pensano solo alla carriera non è il sogno di tutti, almeno di quelli che credono che la libertà vada oltre il poter scegliere il canale TV da guardare o il locale alla moda dove consumare l’aperitivo.

Una sera, in un bar

Thailandia, entro in un bar; mi siedo ad un tavolo qualunque, accanto a persone che non conosco. Mi sorridono, alzano il bicchiere al cielo per brindare alla mia salute. Io ricambio. Prima attaccano bottone, poi mi invitano a unirmi a loro. Dopo qualche minuto vado al bagno. «Ciao, di dove sei? Siediti con noi» mi dice una ragazza della metà dei miei anni sulla via della toilette.
La stessa cosa può capitare al ristorante, in discoteca, al mercato. Si chiamano rapporti umani. Le persone: sono quelle a fare la differenza.

Traffico sui marciapiedi di Pattaya (Thailandia)

Turismo cinese: l’invasione è servita

Sono ovunque. Come soldatini obbedienti seguono la guida munita di bandierina rossa. Se lui si ferma, loro si fermano; se lui punta il dito verso destra, loro guardano a destra. Non c’è bisogno di chiamarli a raccolta, perché il turista cinese non si allontana dal gruppo, non fa domande e soprattutto non si lamenta. Il cinese è il turista ideale per ogni guida turistica. E l’invasione è servita.

Negli ultimi anni il turismo cinese in Laos e Thailandia è aumentato vertiginosamente. Si tratta di viaggi organizzati(ssimi) dove ogni momento della giornata è programmato nei minimi particolari: è il turismo di massa per eccellenza, la catena di montaggio della vacanza. I tour sono generalmente molto economici; per abbattere i costi i pacchetti prevedono gruppi di decine di persone e spostamenti in bus. Le mete predilette sono le montagne del Laos settentrionale (Luang Prabang e Vang Vieng) e le coste thailandesi (Pattaya e Phuket).

I tour sono rigorosamente all inclusive, il pernottamento solo in hotel gestiti da cinesi, i pasti (con menu concordato) in ristoranti di proprietà cinese, persino i negozi di souvenir in cui i turisti vengono portati sono cinesi. Il risultato è un modesto beneficio per le economie locali e una generalizzata antipatia nei confronti dei cinesi. «Da soli non comprano nemmeno una bottiglietta d’acqua» mi disse un giorno la receptionist di un hotel di Jomtien.

Il cinese in viaggio è una zecca ed è pure fastidioso. Immaginate una colonna di bus che accosta e riversa sul marciapiede una baraonda di duecento persone. Tu, piccolo ed insignificante viaggiatore solitario, non hai scampo, puoi solo battere in ritirata. E’ la legge della giungla. A volte capita di incontrali mentre passeggiano per strada, soprattutto di sera. Se la strada è pedonale, la occupano da parte a parte, come un corteo di manifestanti. Se camminano nella direzione opposta alla vostra vi dovrete rifugiare nell’androne di qualche edificio, se non volete farvi trascinare via come se foste in balia della corrente di un fiume in piena. Quando camminano intruppati dietro la  guida munita di bandierina colorata, più che turisti sembrano parrocchiani alla processione del quartiere.

Una volta vidi una colonna di turisti-soldato fermarsi davanti a un Seven Eleven (piccolo supermercato di quartiere ndr) in una località turistica thailandese. Mentre la guida entrò a comprare chissà cosa, loro rimasero incolonnati sulla strada, come soldati di un plotone in attesa di un ordine. Non mi dimenticherò mai una ragazza che, per guardarsi intorno, non si spostò di un metro, ma ruotò sulle ginocchia nemmeno fosse inchiodata a terra.
Abituato ad essere intruppato fin dalla tenera età, il cinese medio affronta ferie e lavoro nello stesso modo, rispettando il leader ed eseguendo i comandi.

In Laos il fenomeno del turismo cinese di massa è recente tanto quanto l’incazzatura che ha generato. Qualcuno ha cominciato a sparare col Kalashnikov ai bus con targa cinese, di notte. E i lao sono noti per il loro temperamento mite. Fatevi voi un’idea.

Aula scolastica di provincia in Laos

I dinosauri della Danimarca australiana

«Sapete dove si trova l’Australia?»
«No»
«È qui, sulla mappa. Conoscete qualche città australiana?»
«Danimarca»
«La Danimarca è un Paese europeo. Le principali città australiane sono: Perth, Canberra, Melbourne, Sidney, Adelaide, Brisbane. Qualcuno di voi è mai stato in Australia?»
«No»
«Sapete cos è l’outback australiano?»
«No»
«Sapete dirmi qualche animale che vive in Australia?»
«I dinosauri»
«Va bene, parliamo di Luang Prabang, l’antica capitale del Laos. Ci siete mai stati?»
«No»

I dinosauri della Danimarca australiana

E’ un po’ che non scrivevo di scuola e oggi lo voglio fare cominciando così. Una barzelletta? Nient’affatto. Si tratta di uno scambio di battute che ho avuto con alcuni miei studenti durante una lezione di inglese, qualche giorno fa.

Le scuole di lingue

Le scuole di lingue, in Laos, organizzano corsi prevalentemente serali. Gli istituti statali non prevedono corsi di lingue e, se li prevedono, la qualità dell’offerta educativa è talmente modesta da rendere necessario un reinforcement esterno. Purtroppo gli insegnanti delle scuole di lingua, anche se native speaker con tanto di laurea, si devono quotidianamente confrontare con studenti impreparati a tutto campo, soprattutto in storia e geografia.

I libri non aiutano

I libri di testo utilizzati in queste scuole, ancorché certificati Cambridge o Oxford University, rappresentano il primo ostacolo. Siamo onesti: sono fatti per studenti di cultura occidentale, non per asiatici. I temi trattati, le foto a supporto e le storie proposte, anziché facilitare la comprensione di concetti grammaticali o espressioni linguistiche, complicano le cose. Chiunque trovandosi di fronte ad una pagina intitolata Around the world – Design a tour raffigurante una mappa dell’Australia e la foto di un koala sarebbe portato a immaginare che, di lì a poco, si parlerà più o meno di un viaggio in Australia, di mezzi di trasporto, clima, luoghi da visitare e fauna locale. Se il vostro discente è uno studente della scuola pubblica non siatene così certi. Innanzi tutto non avrà la minima idea di dove si trovi l’Australia sul planisfero, non conoscerà alcuna delle principali città, non avrà un’idea del suo clima, degli animali che la abitano, non avrà idea della distanza che la separa dal Laos. Non solo. Nella maggior parte dei casi quel ragazzo non avrà mai preso un’aereo, non avrà mai visto in treno e, con tutta probabilità, avrà mai messo piede fuori dalla sua città.

I disastri della scuola pubblica

In questo panorama sconfortante, come se non bastasse, gioca un ruolo fondamentale l’assenza di metodo di studio che ogni scolaro laotiano si porta dietro fin dalla tenera età. Gli insegnanti della pubblica, pagati poco e nemmeno regolarmente, tendono a lasciar copiare dal libro durante i compiti scritti, a non fare interrogazioni individuali ed a promuovere tutti, il tutto per avere meno grane possibili. Il risultato è presto detto: preparazione scarsa, poca disciplina, nessun metodo di studio, niente meritocrazia, nessuno stimolo. Un fardello che gli scolari di oggi si trascineranno nel mondo del lavoro cui approderanno una volta terminati gli studi, se proprio così vogliamo chiamarli, con una buona dose di immaginazione.

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