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H’mong, i lao delle montagne

L’etnia di minoranza H’mong è presente in Laos dalla seconda metà del ‘800. Provenienti dalla Cina meridionale e dal Vietnam, sono altrimenti detti lao suung – letteralmente “lao alti” -, ovvero “lao delle montagne”, poiché le comunità h’mong sono stabilite prevalentemente nelle aree montuose.

I h’mong laotiani rappresentano il 8% circa della popolazione e sono la seconda minoranza etnica più cospicua del Paese, preceduti solo dai khmu, i lao delle zone collinari.

I h’mong sono divisi in clan in base all’antenato maschio e si possono sposare solo tra tra clan diversi. Le donne sono generalmente dedite alla tessitura, al ricamo e all’agricoltura, attività che praticano con la collaborazione della prole.

Il lavoro fin dalla tenera età è un elemento essenziale alla sopravvivenza delle comunità, garantendo un apporto insostituibile al mantenimento del nucleo famigliare.

I h’mong si sposano molto giovani. E’ raro raggiungere la maggiore età senza aver ancora contratto matrimonio: una ragazza di 18 anni senza marito è considerata già vecchia per l’unione coniugale.

Capita che i più giovani, per nulla attratti da una prospettiva di vita tra una casa di legno e il duro lavoro nei campi, decidano di spostarsi in città, per lavorare nella ristorazione, nell’hospitality e nei servizi alla persona. Sono scelte che possono segnare per sempre il futuro di un h’mong, uomo o donna che sia, in quanto il passare degli anni potrebbe pregiudicare definitivamente la possibilità di trovare un partner.

I h’mong costruiscono case di legno a sezione rettangolare, con assi piantate a terra. La stanza da letto è sita sempre alla sinistra dell’ingresso. Il pavimento, di terra battuta, ospita gli utensili per cucinare, un televisore a tubo catodico e qualche sedia.

Lo strumento musicale tradizionale è il kaen, un organo a bocca a forma di “L”. Si usa per invocare gli spiriti in occasione delle nascite, dei matrimoni e dei funerali, ma non va mai suonato in casa perché potrebbe attirare gli spiriti malvagi.

La visita ai villaggi h’mong fa parte dei miei tour che includono il Laos settentrionale.
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Lavoratrici al mercato di Luang Prabang

Quando fare del bene non fa bene

Elargire regali ai bambini dei villaggi più poveri può alterare i sottili equilibri delle comunità locali, fino a creare pesanti ripercussioni sociali

«Non regalate ai bambini vestiti e merendine, piuttosto dite ai turisti di comprare gli articoli che confezionano le loro mamme».
Il capovillaggio di Ban Hin Ngon è stato molto chiaro: non vuole creare generazioni di bambini mendicanti e ha dato istruzioni precise alle guide che portano i turisti in visita al suo villaggio.

Ban Hin Ngon è un agglomerato di baracche sulla strada che da Luang Prabang conduce a Vientiane, una delle tratte più turistiche del Laos. Essendo abitato da famiglie di etnia h’mong, molti tour prevedono una sosta a Hin Ngon. Con l’occasione di sgranchirsi le gambe, è possibile osservare da vicino gli h’mong, una delle minoranze etniche numericamente più consistenti in Laos.
Non sono pochi i turisti che, con la scusa della vacanza, ne approfittano per liberarsi del superfluo. Vestiti usati, quaderni, penne, biglie: tutto è buono da donare a chi non ha nulla. Più difficile è capire come mai qualcuno ostacoli tanta spontanea generosità.

Nelle realtà più povere del Laos tutti i componenti del nucleo familiare collaborano al sostentamento della famiglia. Se i più grandi vanno nei campi a raccogliere il riso, i più piccoli si occuperanno dei lavori meno pesanti, come raccogliere l’insalata o accudire l’ultimo nato. Così se la mamma confeziona grembiulini, portamonete e tovagliette, è ai bambini che compete la vendita.
A Ban Hin Ngon i più piccoli espongono la mercanzia su sgangherati tavolini di legno e cercano di piazzarla ai turisti che sfilano loro davanti cantilenando la frasetta: «Buy from me…» (compra da me). Così facendo i bambini imparano il valore della famiglia, del sacrificio e del lavoro.

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Supponiamo che un folto gruppo di turisti scenda dal bus e cominci a distribuire giocattoli, vestiti, penne, matite, quaderni, biscotti e patatine. Presto i bambini penseranno che non vale la pena stare in piedi al sole a cantilenare Buy from me, perché la roba piove dal cielo, anzi dal bus. Se avanza qualcosa potranno venderla agli amichetti che non sono stati abbastanza veloci da raggiungere i turisti per primi.
Il generoso turista ha involontariamente insegnato ai bambini che lavorare non serve, che l’impegno è roba da stupidi e che il loro amichetto non è un compagno di giochi, ma una persona della quale approfittarsene. È così che si creano i mendicanti.
Non solo. In ogni villaggio c’è almeno un negozio che vende quello che i bambini hanno appena ricevuto gratis; così facendo il turista ha mandato sul lastrico anche la famiglia che lo gestisce, figli inclusi.

I bus che si fermano a Hin Ngon sono più di uno al giorno. Moltiplicateli per tutti i villaggi lungo le tratte turistiche, per almeno otto mesi l’anno.
Il tempo passa. Presto arriverà il giorno in cui quei bambini saranno cresciuti e, avvicinandosi al solito bus, si sentiranno dire: «Eh no, tu sei grande, questo lo diamo al tuo fratellino». Quei bambini, ormai adolescenti, a fine giornata avranno racimolato poco o nulla, ma avranno capito che il fratellino è una potenziale forma di guadagno e lo manderanno a mendicare al posto loro. E se di fratellini non ne hanno? Darsi ai furti, all’alcool o all’inedia a volte è l’unica soluzione se non si è abituati a lavorare fin da piccoli. Per le ragazze, la prostituzione nella città più vicina.
Non sempre fare del bene, fa bene.

Bambini katu fumano tabacco

Katu, fumare a tre anni

I Katu usano fumare in compagnia; il tabacco viene somministrato anche ai bambini, dai tre anni di età.

Il villaggio di Ban Kok Phung venne fondato nel 1974 da tre famiglie di etnia Alak e Ta Oy che avevano deciso di lasciare le colline del distretto di Kaleum, distante circa settanta chilometri, a causa della sopraggiunta infertilità della terra e della pessima condizione delle strade.
Nel corso degli anni il numero dei residenti di Kok Phung aumentò sensibilmente e nel 1985 e il villaggio venne diviso in due: Ban Kok Phung e Ban Kok Phung Maii (maii: nuovo).

In lingua katu il kok phung è un genere di bambù. Secondo le cronache locali, un tempo il phung abbondava, motivo per il quale al villaggio venne dato questo nome.

Oggi Ban Kok Phung si è ingrandito e i mezzi di sostentamento disponibili sono migliorati.
La politica del governo centrale volta a favorire lo sviluppo delle aree rurali sta cercando di migliorare le condizioni di vita di villaggi poveri come quello di Kok Phung. Nel distretto di Kaleum, ad esempio, le autorità locali hanno cercato di convincere gli occupanti delle abitazioni più isolate a spostarsi lungo le strade principali. Ciò ha reso più facile trasportare i prodotti agricoli verso i mercati cittadini, portare i figli a scuola, migliorando così le generali condizioni di vita.

abitazioni di un villaggio katu

Oggi nel villaggio Kok Phung vivono famiglie appartenenti a quattro minoranze etniche diverse: Alak, Katu, Nge e Ta Oy.
Uno degli aspetti più interessanti della cultura Katu è quella di fabbricarsi la bara e collocarla sotto una pagoda vicino alla casa. Secondo le credenze locali gli spiriti malvagi si tengono lontani dall’abitazione in cui risiede colui che l’ha costruita.
Un’altra abitudine, assai meno pittoresca, è quella di fumare tabacco in gruppo, coinvolgendo anche i bambini.

«Il tabacco si trova in natura, quindi non fa male – mi ha risposto una donna interpellata sul punto – perché non è roba chimica».
I Katu usano fumare in compagnia; il tabacco viene somministrato anche ai bambini, dai tre anni di età.
Nonostante le campagne delle autorità volte a sensibilizzare i Katu sui rischi di tumore al polmone, soprattutto quando a fumare sono bambini molto piccoli, i Katu sembrano non fidarsi di “chi viene dalla città” e continuano imperterriti a coltivare il loro tabacco e le loro usanze.

 
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