> Vivere in Asia

La povertà è chic

La povertà è chic

Salgo a bordo della mia Range Rover sei cilindri e raggiungo un villaggio di campagna, uno qualunque, tanto sono tutti uguali, come le baracche che si susseguono a bordo strada: una mia amica mi ha detto che i bimbi h’mong sono bellissimi e la povertà è chic!

Le Puma nuove

Parcheggio il bolide nel giardino del tempio locale, al riparo da occhi indiscreti e dalla polvere che alzano i veicoli sulla strada principale. I viottoli in terra battuta che circondano le baracche del villaggio sono polverosi. Speriamo di non rovinare le mie Puma nuove di zecca, le ho comprate su Amazon e mi sono arrivate giusto ieri!
Tutti mi osservano: io alta, magra, bionda, con gli occhi azzurri, la pelle chiara e liscia, in jeans blu e camicetta di seta, loro… beh… non saprei come chiamarli quei cenci che hanno addosso!

Quello che cercavo!

Metto il naso in una baracca a caso dove un’anziana donna dal viso scavato armeggia attorno a un pentolone che ribolle. Su un tavolo di assi inchiodate con tanta approssimazione giace un neonato avvolto in una coperta. Il pargolo agita le manine sorridendo. Che culo, è quello che cercavo!
In un angolo della casa – beh… proprio casa no… è una baracca di assi piantate per terra! – due ragazzi sono intenti a guardare un film cinese su una vecchia televisione a tubo.
Fa un caldo soffocante. Non c’è nemmeno un ventilatore. Non potrei vivere senza il mio condizionatore LG!
L’anziana mi guarda e sorride, salutandomi a mani giunte. Che tesoro di vecchia!
Mi avvicino al bimbo sorridendo e comincio ad accarezzarlo. L’anziana sorride divertita, il bimbo pure. Mica male ‘sto scorcio di autentica povertà!

La povertà è bella ma puzza

Con il suo permesso e dopo qualche convenevole, prendo in braccio il bambino e, mentre lo coccolo, mi faccio scattare una foto con il mio iPhone 8. Caspita, l’iPhone fa foto fantastiche, non potrei farne a meno!
Sarà l’effetto del bianco e nero o quello della luce radente che penetra tra le fessure della baracca: non saprei, ma gli scatti sono venuti proprio bene. Che figata!
Riconsegno il pupo alla donna. La povertà è bella, ma dopo un po’ puzza!
Ringrazio a mani giunte lasciandomi alle spalle il pavimento di terra battuta e i polli che entrano ed escono scagazzando ovunque. Come si fa a vivere in una sozzeria del genere! Speriamo di non aver preso qualche malattia!
Torno al tempio. Il mio Range è ancor lì. Meno male!
Salgo a bordo e metto un po’ di musica – dovrei avere Bob Geldof da qualche parte! – mentre inizio a caricare le foto su facebook. Cazzo, le casse BOSE del mio impianto stereo hanno un suono inimitabile!
E’ ora di tornare in città, sono le quattro, le altre mamme mi attendono  al Cafè Sinouk di Sokphaluang Road.

Trentadue like di vanità

Il mio iPhone emette dei bip bip in continuazione. Caspita, le foto piacciono: già dodici like in pochi minuti!
Arrivo al caffè, parcheggio il bolide e mi avvio verso l’ingresso. Oh, che sbadata! Ho dimenticato i Ray Ban in macchina! Dalla portiera al portone saranno almeno sei metri di sole accecante.
Le mie amiche sono lì. «Ehy Christie, how is going, dear?».
Eccole le mie adorate! Che belli i loro pupi, hanno la pelle bianchissima!
Sue, Annie e Madeleine hanno visto le mie foto su facebook. I like sono già trentadue. Non vedo l’ora di raccontare loro il mio fantastico pomeriggio di immersione nella cultura locale! Che bello vivere qui, altro che a Londra, circondata dall’egoismo e dall’ignoranza di chi ha votato per la Brexit!

Epilogo

Devo ricordarmi di comprare un giocattolo per mio figlio. Ne ho visto uno fighissimo su Internet. Mi hanno detto che qui non si trova, lo farò arrivare da Londra.

Non è una storia, è tutto vero. Succede a Vientiane, capitale del Laos.

Ristorante in Thailandia

Apro un ristorante in Thailandia

Ho deciso. Apro un ristorante in Thailandia. C’è l’estate tutto l’anno, la vita costa niente, la gente è fantastica e non ci sono regole. Si lavora poco e si guadagna bene.

E’ il discorso tipo dell’entusiasta di turno, anzi dell’enthaisiasta. Viene in Thailandia in vacanza due settimane all’anno; la sua conoscenza del Paese non va oltre il triangolo Bangkok-Pattaya-Phuket. Atterra alle otto e mezza del mattino, riposa qualche ora per recuperare il jet lag e alle cinque già vuole fare business. Al bar.

Il curriculum dell’enthaisiasta

Non ha esperienza nella ristorazione.
Non parla thai.
Non parla inglese.
E soprattutto, non è un cuoco. Ma del resto che ci vuole: a casa cucina regolarmente la carbonara per gli amici; qualcuno ha imparato anche a cucinare la braciola con le patate alla festa de L’Unità. Un curriculum che è una garanzia. Di fallimento.
Il curriculum dell’enthaisiasta medio che approda sulle coste della terra dei sorrisi è proprio questo.

Il fiuto per gli affari

Hanno tutti il fiuto per gli affari. Quando vengono a sapere che per non pagare tasse è sufficiente intestare il ristorante a una persona di nazionalità thailandese il gioco è fatto. Che ci vuole? Tra la marea di sfaccendate che affollano i bar ci vuole un attimo a trovare la fidanzata. Intestano il ristorante a nome della prima minigonnata, la sposano e le insegnano a fare la carbonara. E la braciola con le patate.
Hanno messo in piedi un’infallibile macchina da soldi che garantirà loro fiumi di denaro, zero stress, tanti amici, una fidanzata fissa e, perché no, qualche trombata fuori via in uno dei tanti centri massaggi del posto. Del resto, si sa, le thailandesi sono tolleranti. L’hanno letto sui forum.
Dopo qualche anni li vedi tornare in Italia senza un quattrino e con un marmocchio da mantenere, a volte due. E cominciano a lanciar strali contro la Thailandia che li ha ingannati e le thailandesi che sono tutte stronze. E puttane. Tutte.

Gli enthaisiasti

In sei anni ne ho conosciuti tanti di enthaisiasti. Qualcuno di persona, qualcuno su web. Molti volevano aprire un ristorante; nessuno di loro aveva esperienza nella ristorazione.
Non capivano la differenza che passa tra cucinare per gli amici e fare l’imprenditore all’estero. Perché il ristorante è un’impresa, non è il salotto di casa con qualche tavolo in più.

Consigli per gli ostinati

Qualche consiglio per chi è arrivato a leggere fino qui (ahimè, significa che siete proprio ostinati!). Nelle località turistiche la concorrenza è spietata, sarete come il pesce rosso nella vasca dei barracuda. Se non siete del mestiere sarete annientati o farete la fame. Nelle località non turistiche la concorrenza è modesta, i clienti pure. I thailandesi che vengono dalle campagne non mangiano piatti di cucina straniera: sono troppo cari per le loro tasche e i sapori non si confanno al loro palato cresciuto a riso fritto col pollo e zuppe di noodles. I vostri clienti saranno soprattutto pensionati espatriati, molti dei quali con pochi soldi in tasca. Vi ordineranno un’insalata e ci verseranno dentro la scatoletta di tonno che hanno comprato al supermercato.
Tenere sotto controllo il personale è tra le cose più difficili: tra i camerieri che giocano con il telefonino e le cameriere che scelgono di lavorare nella ristorazione solo per farsi rimorchiare dai farang di passaggio vedrete quanto sarà dura.

Capitolo moglie

Vi troverete a mantenere lei, i genitori di lei, fratelli, sorelle, fidanzati, figli e amanti. E tutto senza accorgervene. La carne del pollastro da queste parti si rosola piano piano.
Qualcuno penserà che questo articolo è troppo cinico. Mi dispiace, per sognatori e enthaisiasti vari i gruppi di Facebook pullulano di geni incompresi: ci sarà sempre qualche esperto arrivato con il volo della settimana scorsa che saprà aiutarvi.
Per tutti gli altri, un caloroso buon pomeriggio dalla terra dei sorrisi! 😉

La thailandia è come il Trentino

La Thailandia è come il Trentino

«Anche in Italia è così», «Tutto il mondo è paese», frasi che ogni espatriato si è sentito rivolgere almeno una volta allorquando, rientrato in patria, si è ritrovato a raccontare qualche aneddoto relativo al Paese in cui vive. A me è capitato spesso e ne ho preso spunto per il mio personale esperimento sociale.

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