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Pak Lai, un luogo dimenticato da Dio

Paklai è un luogo dimenticato da Dio, un agglomerato di edifici senz’anima. E’ uno di quei posti che se ci porti un turista rischi di prenderti qualche insulto. Ho scelto di alloggiare in un hotel dove un lento ragazzotto con lo sguardo fisso sul suo cellulare a malapena capisce quello che gli dico. Nella sua lingua.


Esco a fare due passi. Il sole abbaglia. Una canna da giardino slabbrata dalla calura giace esanime sul marciapiede bollente. Le cineserie abbondano. Ho l’impressione che queste strade non siano mai state percorse da un Honda Wave originale. Sotto la strada scorre un corso d’acqua, nera. Cartacce e bottigliette di plastica si contendono la poca acqua rimasta con le erbacce. Un grosso tubo di cemento spunta dalla vegetazione selvatica, i corpicini di bue bambini escono dalla bocca del tubo. Hanno una rete da pesca in mano. Il più grande mi sorride e mi mostra orgoglioso un rospo grande quanto il suo avambraccio. Anche il più piccolo ne ha acchiappato uno. La cena è garantita, oggi la fogna è stata generosa.

C’è la banca. Chiusa.
C’è pure l’ufficio postale. Aperto.
Su una strada laterale, appena dopo un chiassoso cantiere stradale dove un tizio fibroso lavora e gli altri quattro stanno seduti a guardarlo, si erge maestoso l’ingresso di quello che sembra essere stato un festival locale. Fuori sono affissi i cartelli degli sponsor dell’iniziativa: Ford.

Sul lungofiume c’è un ristorante aperto. Entro. Una donna mi dà il benvenuto alla sua maniera: «Cosa vuoi? Siediti!». Obbedisco.
I tavoli sono tanti e tutti sozzi. O non puliscono da ore, oppure hanno appena avuto il tutto esaurito. Accanto al mio tavolo una famiglia si gode il pranzo. Una donna rutta. I suoi commensali non fanno una piega.
Un cameriere con penna e blocchetto in mano mi viene incontro dietro invito della padrona, la stessa che poco prima mi aveva educatamente invitato a sedermi.
Prendo un riso fritto col pollo.
«Sopra ci vuoi l’uovo?»
«No». Con il senso dell’igiene che hanno da queste parti è meglio non esagerare con le uova.
Dopo una decina di minuti arriva il mio piatto. Riso fritto col pollo, cetriolo a fette, brodo di carne al coriandolo, salsa di peperoncino piccante e… un uovo fritto sopra.

Benvenuti a Paklai.

Muang Noi

Gofundme.com: l’ultima frontiera per farsi pagare la vacanza

La Rete è un mondo meraviglioso. Ci si può creare un’identità fasulla, postare curriculum conditi di paroloni in inglese e, perché no, anche piazzare qualche “sola”. Girovagando nel virtuale mi sono imbattuto per puro caso nel profilo di un sedicente benefattore che ha organizzato una raccolta fondi online per finanziare la sua personale opera di bene nel Laos settentrionale.

La seconda campagna di raccolta fondi di Tim.

Fare soldi con buone cause

Gofundme.com è una piattaforma online sulla quale ognuno può pubblicare il proprio progetto benefico e avviare una raccolta fondi per finanziarlo. La globalità della Rete consente di raggiungere milioni di persone nel mondo e raccogliere parecchi soldi, tutto sta a essere convincenti nel proporre il proprio progetto. Il sito trattiene il 5% delle somme versate, ma questo ci sta, è un servizio ed è giusto pagarlo.

Le balle di Tim

Tim è americano novello paladino della solidarietà. “Attore, scrittore, carpentiere e presto insegnante” come si definisce lui stesso. Fino a qualche settimana fa si trovava a Muang Noi, un povero villaggio del Laos settentrionale, sul sentiero di Ho Chi Min, una delle zone più bombardate durante la guerra del Vietnam. Da buon americano penitente il nostro Tim vuole fare un po’ di  bene per alleviare il dolore che il suo Paese ha inferto ai poveri abitanti di Muang Noi, in una sorta di ottica karmica del dare e avere. La nostra anima pia ha bisogno di raccogliere 1000 dollari per partire, ovvero trovare una sistemazione di lungo termine e pagare i visti di lavori dei suoi futuri collaboratori. Questo dice lui.

La prima campagna di raccolta fondi di Tim, completata.

Facciamo chiarezza

A chi non vive da queste parti tutto ciò potrà sembrare anche credibile, a chi vive qui l’ennesimo tentativo di approfittarsi dell’ingenuità altrui.
Muang Noi non è un villaggio povero, ma uno degli hotspot più turistici del Laos settentrionale. Non si trova affatto sul Sentiero di Ho Chi Min (sito nella parte sudorientale del Paese), ma nel profondo Laos settentrionale.

Fare cooperazione in modo serio

Per avviare un progetto di cooperazione, anche fosse quello di aprire una scuola di lingue senza scopo di lucro, occorre avere un’organizzazione alle spalle e ottenere i relativi permessi dal Ministero dell’Istruzione. Un turista non può farlo, pena arresto ed espulsione. I 1000 dollari che il nostro buon samaritano sta raccogliendo sono del tutto insufficienti ad avviare qualsiasi progetto del genere. Un visto business costa dai 300 ai 500 dollari l’anno; una camera d’albergo non meno di 200 al mese, che in un anno fanno 2400.

La vacanza di Tim

I 1000 dollari che il nostro Tim vuole raccogliere sono invece più che sufficienti a farsi una vacanza a base di birra e canne in quel di Muang Noi.
Aggiornamento: la raccolta fondi di di Tim si è appena conclusa (era disponibile qui); ora ne ha aperta un’altra e l’obiettivo è ancora più ambizioso, 3000 dollari! Se desiderate pagargli la vacanza il pulsante è in alto a destra.

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L’unico libro in lingua italiana che vi farà scoprire il Laos, uno dei Paesi meno conosciuti dell’Asia.

Un ristorante italiano in una cittadina dell'Isaan

Il lavoretto: perdigiorno all’arrembaggio della Thailandia

Era seduto al tavolino accanto in compagnia di una ragazza thai. Ogni tanto ci lanciava sguardi ammiccanti accompagnati da un sorrisetto da ebete. Avevamo capito tutti che era un italiano, che non era un turista e che cercava di attaccare bottone. Era una calda domenica di maggio, l’afa soffocava le strade di Nong Khai, una cittadina di provincia della Thailandia nord orientale. Alla fine il modo di inserirsi nel discorso lo trovò, non mi ricordo come. Viveva a Loei, un’anonima cittadina sulle colline tra Udon Thani e Pitsanulok, dove l’economia locale è fatta di zappe e zolle di terra.

Non era sicuramente un contadino. Fui io a stanarlo facendogli la domanda che non va mai fatta a persone così.  «Sei qui a Nong Khai per lavoro?» gli chiesi. «No, no, eh…sono qui per il fumo…doveva arrivare ieri ma ci sono stati dei problemi» rispose lui, tra fierezza e imbarazzo.

Ritratto dell’espatriato perdigiorno

Sulla trentina, nessun lavoro, nessun titolo di studio, col vizio del fumo e delle belle donne: è l’espatriato tipo che sceglie le cittadine di provincia della Thailandia per accamparsi. Sì, accamparsi, proprio come gli zingari.
Clima favorevole, basso costo della vita, socievolezza delle persone sono i fattori che rendono le campagne thailandesi mete preferite da molti stranieri. Accanto a tecnici, professionisti e imprenditori che sono venuti a creare valore in un’area del mondo in cui gli spazi di espansione dell’economia sono ancora tanti, ci sono tanti scappati di casa a vario titolo: da chi non ha mai lavorato in vita sua a chi in Italia ha combinato solo guai.
Generalmente le due comunità di espatriati non si amalgamano. Chi vive in Asia per lavorare non condivide lo stile di vita dei perdigiorno.

Trovare l’amore tra gli sgabelli di un bar

Arrivano come turisti, nemmeno il tempo di entrare in un bar e hanno già conosciuto l’amore della loro vita, una di quelle ragazze che nel bar ci lavora in minigonna e tacchi a spillo. Il clima tropicale e il fattore vacanza fanno il resto.
L’elemento che li accomuna è la ricerca del fantomatico “lavoretto”, la chiave per restare, la giustificazione psicologica alla loro voglia di far niente. Per loro tutto è facile, non sanno nemmeno che in Thailandia taluni mestieri sono vietati agli stranieri. Molti decidono di aprire un bar, pur senza sapere come si prepara il più stronzo dei cocktail. Gli hanno detto che intestando tutto a una thailandese è tutto semplice e bastano pochi soldi. E così il novello imprenditore consegna la sua vita nelle mani della sanguisuga che, con la collaborazione di amici e parenti, lo spolperà vivo senza lasciargli nemmeno gli occhi per piangere.

Una storia che si ripete

Alcuni si svegliano dall’incantesimo e tornano in Italia, altri ricominciano daccapo, affidandosi alle cure di un’altra ragazza, conosciuta in un altro bar, convinti che «Lei non è come le altre». E tutto si ripete.

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